Fabrizio Tavernelli


“Avant o Indietro” su Or Not n.7 (Dicembre 2013 Edizioni Arsprima)

Posted in vari prolassi by Taver on the March 18th, 2014

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Contributo scritto per monografia su artista Enrico Pantani. Or Not è una rivista di anomalie contemporanee.

 Or Not 7 – Enrico Pantani

AVANT O INDIETRO?

 

L’avanguardia entra trionfante in paese, le eccellenze locali che si scatenano, opere d’arte sperimentali si affacciano dagli stand della fiera mentre nell’aria effluvi di strutto, gnocco fritto, ciccioli, impestano l’aria e impregnano i vestiti firmati dei pronipoti dei coltivatori diretti. Gallerie d’arte poste come lardini nella mortadella, la marmellata della nonna sulla bancarella del mercatino dei prodotti locali e intorno la marmellata urbanistica che soffoca, che cinge d’assedio, che reclama come foia di prostituta il suo invenduto.

Opere d’arte e mestrui, come quella del tipo che citando Yves Klein, ha costretto la sua morosa a strisciare sulla tela i segni del ciclo, le tracce di vita, dicendo che lui ha superato il suo ispiratore passando dalle “antropometrie” alle “endometrie”. C’è il seguace inconsapevole dell’azionismo viennese che approfittando del trambusto si butta nel recinto mentre è in corso una dimostrazione degli antichi metodi di macellazione del suino. Mentre il maiale viene sgozzato e squartato lui si cosparge di sangue, rotola e incespica nelle budella ancora fumanti e lancia grida in perfetta sincronia con l’animale. Eves invece dice di avere con le persone un atteggiamento “informale” e dunque traendo ispirazione dai tagli di Burri, ha cambiato soggetto e fuggendo dall’angusto spazio della tela ha scelto come supporto il corpo di suo padre… ora sta spiegando i concetti che stanno dietro al suo percorso in un posto chiuso, dove dorme sempre e dove tutti lo guardano in modo strano. Lo spirito imprenditoriale e pragmatico del Signor Bertoldini ha preso spunto dalla merda d’artista in scatola (però nell’etichetta ci ha messo i colori di quell’altro artista, quello di origine polacca con la parrucca di platino), passando al brevetto del letame in scatola pronto all’uso e alla concimazione. L’immissione nel mercato del prodotto è stato un successo nelle frazioni e la richiesta si è fatta pressante da parte di un mezzadro di Budrio che come Bill Burroughs si è messo a sparare alle scatole per fertilizzare i campi. Continuando sul tema della leggendaria intraprendenza della provincia, l’agricoltore “filosofico” Bodrillardi ha trovato al mercatino del riuso un libro di due personaggi, tali Deleuze e Guattari, nomi che gli hanno portato alla mente le gesta di Coppi e Bartali. L’unica cosa che ha capito di quel libro è la parola “rizoma” allora cercando sul vocabolario ha capito che doveva riconsiderare in chiave moderna le coltivazioni dei campi, quindi basta barbabietole, frumento e mais, ma soltanto piante rizomatiche come zenzero, asparago e galanga tailandese. Le pratiche estreme e la “coltura” dell’apocalisse sono giunte nella profonda provincia con gli OGM, le biotecnologie, gli innesti mutanti : Gigi, in occasione della festa del patrono, si è fatto appendere come Stelarc con i ganci di ferro conficcati nella pelle nella cantina dove stagionano salami, cotechini e prosciutti. Sfumatura carnose, cangianti, dal rosa ad uno scuro violaceo che è insieme morte e nutrimento. Visioni che si affacciano da quella casa ormai ridotta a rudere, invasa da erbacce e crepe, come se Fussli avesse dipinto un incubo alla finestra e invece è quel vecchio pazzo con una corona di capelli bianchi, con il corpo nudo e avvizzito da gallina spennata, da coniglio scorticato, dal ventre flaccido e dilatato che sdraiato su un divano ammuffito si sta impalando un asino di pezza consunta con le orecchie all’ingiù. E mentre guardi ipnotizzato, all’improvviso una voce, è quel professore di italiano che è andato in esaurimento nervoso e ora gira come un forsennato per le strade con lo sguardo allucinato e iracondo, falciando chi incontra e imprecando “Ma cosa conta la cultura??!!! Chiavatevi, Chiavateviii!!!”. Espressione ed espressionismo : il volto di Lio risucchiato dagli eventi della vita, quasi una testa rinsecchita dagli ultimi cannibali, un trofeo di zigomi e orbite oculari, un nosferatu da cinema tedesco. Espressioni di sé e del manifestarsi di una natura ormai pervertita : lo chiamano l’arcimboldo perchè se ne va a spasso con due carotine nei buchi del naso, una mela in bocca e pare, ma dico pare, una zucchina in……

Ovolina ha amato lo sfumato leonardesco e la “psuleina” di fiume poi è passato all’illusionistico “sotto in su” di Antonio da Correggio ma mentre andava a Parma per visitare in modo compulsivo la cupola del duomo, si ferma un giorno al night club di Sant’Ilario e così tradisce il rinascimento e il barocco, con le procaci cubiste. Tanto, dice agli amici che gli chiedono del tradimento artistico, se guardi le cubiste è sempre un “sotto in su” e poi ora sono interessato alle avanguardie del 900, il cubismo e di conseguenza le cubiste. Bernardo è la gioia dei grandi e dei piccini, è “l’imperdibile che sollazza l’impensabile senza sosta coi suoi versi mattacchioni”, nelle piazze tutti si fermano mentre lui citando la melodia di yellow submarine ci canta sopra un dialettale “i ov fret in dal tigin” (le uova fritte nel tegamino). Qualche tempo fa l’associazione culturale di arte figurativa ha organizzato una corriera per andare a visitare la mostra “Borderline” a Ravenna che come sottotitolo citava artisti tra normalità e follia, una stanza intera era dedicata ai lavori degli internati del manicomio San Lazzaro di Reggio Emilia, beh, molti dei partecipanti alla gita culturale hanno scoperto di avere parenti leggendo i cartellini in cui si citano autori, data e periodo di permanenza nell’ospedale psichiatrico. Proprio in quel posto era ospitato, Wolmer, un tempo artista promettente che citava le teorie di Achille Bonito Oliva ma presto finito e perso sulla via emilia nei pressi del Marabù a Villa Cella a insegnare la transavanguardia ai transessuali. Un altro critico d’arte che ha fatto il dams ma che ora lavora al reparto ortofrutta della coop (si fa chiamare Philippe Taverio, come quello più famoso ma con una T di differenza nel cognome) ha fatto una lezione d’arte sulla riproducibilità dell’opera d’arte, passando per il disegno industriale e il testo di Dorfles sul kitsch, il soggetto centrale era la serie di bottiglie di Dalì vinte dal papà a briscola al bar negli anni ‘70 che in modo fenomenologico sono riapparse in un pornazzo vintage. Robottino raccoglie i porno per strada, quelli cartacei che si trovano sempre più raramente nei fossi, quasi fossero una specie in via di estinzione da proteggere e così con una ricerca minuziosa compone con strappi e slabbrature, opere alla Mimmo Rotella. Cronenberg direbbe lunga vita alla nuova carne, Robottino dice lunga vita alla mezza carne! Kenny Sharf, Cutrone, arte di frontiera, Rammellzee, panzerismo o trattorismo estremo? Il surrealismo e la scrittura, le pratiche automatiche… “cazzo, Paolo, hai capito male! Non la scrittura automobilistica, no, ho detto la scrittura automatica. Non dovevi scrivere Breton 100 volte mentre eri alla guida del Suv! “. Va beh, ormai non mi puoi più sentire…

Arte per distrarre le fissazioni paranoiche, per cementificare seme negli interstizi della pelle, strutto per pittura materica, la pianura quale paesaggio infuso di forza erotica, luogo di languido disordine. Terra che si fa carne sessuale, membrana, spugnoso tessuto erettile. Terre in cui si compiono rituali neo-pagani, dove si cercano potenti simboli di passaggio, per riavvicinarsi alla vita attraverso il dolore. Baci di fuoco che possano purificare, uomini marchiati per sentire l’intensità della scarificazione. Ora sulla pelle tra i tribali maori, il marchio del Parmigiano Reggiano che brucia come rilievo vulcanico. Rituali estremi e grandguignoleschi, il potlatch, l’amputazione di dita sotto l’affettatrice. Il tipico erbazzone con le foglie di maria e il digestivo con l’ayahuasca. Quanti saturnini e quanta bile nera accertata da gastroscopie sempre più frequenti nella popolazione. Iniuriam tenaces. Quanta malinconia, umore viscido e greve, serpenti che si riproducono nelle acque stagnanti come pensieri maligni che circolano lentamente negli umori torbidi. Saturnini ostinati, affaticati, pensosi, lamentosi, invidiosi, dolenti, di poche parole, ingordi, imbroglioni, superstiziosi, avidi. Portati alla reclusione e ai nemici segreti. Abitanti di una provincia diffusa, pervasiva, desolata, la nuova frontiera del nulla attraversata da assi di scorrimento ad alta velocità, affogata da rotonde e ipermercati, una fine del mondo da attraversare, tra slums della mente, tra le metastasi delle zone industriali ingozzate di campagne abbandonate. Mappe in cui addentrarsi cautamente, con terrore, a proprio rischio. Gite fuori porta e fuori controllo. La decadenza ammantata di nostalgia del bel tempo che fu, degli usi e costumi di una volta, di feste di paese in cui si celebrano i vecchi mestieri ma che si rivelano cartoline rovinate, dagherrotipi dopati.

Alcune cellula impazzite hanno cominciato a costruire tessuti epiteliali per sostituire la pelle ustionata dagli incendi dei grandi eventi markettari d’immagine politico-elettorale. E’ come la marcia dei Troll nella sonnolenta scena arty-party locale. E’ una panoramica sfocata di quello che succede nelle fognature, che scava nelle fondamenta dei progetti faraonici di ponti osceni e vele veleggianti nei mari di letame fertilizzanti. La colonna sonora è fatta di mazurke andate a male, di valzer dissonanti, polke in decomposizione avanzata.

Era dai tempi di Metal Machine Music, degli Stooges, dei Suicide, degli Einsturzende, dei Butthole Surfers che non si sentiva un tale sfoggio di merda rumorosa, di fuffa avanguardista, di sebo urticante. Mentre tutto si disintegra e le tradizioni, il folklore si fanno finti come in una scenografia di cartapesta da film di genere Exotica”, sorge il bisogno del rifare da capo, dell’artigianato surrealista, del caos organizzato, dell’anarchia cialtrona. Nel mutamento antropologico dell’utente, spaesato e sbattuto nei tornado dell’advertising terminale, risorge fiero il “do it yourself”, il fare, nonostante tutto e con estrosa incoscienza. C’è il bisogno di un radicale intervento di altri “Geniali Dilettanti”, di salutare follia capace di incunearsi nel sistema (ironicamente minacciosa), stumpando i buchi, prosperando tra le macerie. Come un guazzabuglio cospirazionista, un Merzbau, una cattedrale della miseria erotica, una reliquia, un’opera che non si potrà mai concludere. L’azione è quella del rilevamento di scorie tossiche, del trashing aleatorio nelle discariche, rifiuti della società e object trouvé, l’arte è quella povera, l’art-brut, l’arte dei devianti, dubuffet e la anti accademia. Crash da ‘hard-disk, mentre qualcuno pasteggia ancora caviale scaduto e uova di lompo inacidite. C’è di nuovo un assoluto e disperato bisogno di ingenuità in odore di santità e devianza . Una sorta di piano-bar da autoanalisi, una seduta di psicanalisi in cui il paziente si innamora della psichiatra, canzoni come macchie di diarrea di un crooner con problemi di protesi dentaria che sfugge dal palato mentre parte l’acuto tenorile. Una raccolta di sempreverdi da cantare sulle rive di un mare totalmente eutrofizzato. Questi momenti di estasi creativa possono essere fulminei, dieci minuti neanche, giusto il tempo per l’autoerotismo o per un aperitivo glamour con bollicine che scoppiano dentro come mine antiuomo. Il miracolo, la moltiplicazioni dei pani e dei pesci, il cammino sulle acque, è tutta qui la scommessa con il destino. Qui si gioca tutto e si rilancia senza ritegno, buttando sul tavolo il capolavoro agognato, il tesoro luccicante sepolto nella grande discarica. Un feticcio unto, grasso, catalizzato, inquinante degno della città raffinate, denso come i fumi dell’Ilva. Qualche punkabbestia intossicato dal metanolo, codeina, valium e sciroppo per la tosse porta sul chiodo la scritta “Sid Vicious non faceva la differenziata”. Le proloco che espongono nelle canoniche scarti, quarti di bue, frattaglie, scolature e deiezioni assortite. L’assessore alla cultura costretto alle dimissioni perchè ha piantato un ready-made alla Duchamp (un cesso come titolato dai giornali locali) in mezzo alla piazza. Quadri che raffigurano campagne corrotte e risonanze industriali, da civiltà in decadenza, alla deriva, come la sazia emilia (un tempo paranoica) oggi definitivamente autistica. E mentre l’obesità psicogena della nostra terra vomita e si tramuta in mortale anoressia da default economico, nei cieli si avvistano le torme di locuste. Sono le piaghe da decubito di un sistema al tramonto, sono le urla e i linguaggi di uno schizofrenico, sono il ritorno al lato selvaggio, quando torneremo a sbranarci e colpirci a suon di ossa femorali per mangiare-bere-copulare, per ri-occupare i territori, per tornare nelle giungle spontanee.

 

Fabrizio Tavernelli

 

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