Fabrizio Tavernelli


Intervento su Blog Remark

Posted in vari prolassi by Taver on the February 5th, 2011

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24172_1311244137968_1136559277_30748107_4973579_n_1.jpgMICRO-MACRO

Potrei iniziare questo intervento in progress, parlando dei beati anni ‘90, decade in cui effettivamente, musicalmente parlando, tutto pareva ancora possibile. O ancora meglio avrei potuto ricordare gli anni ‘80 (e pure una parte del declinare dei ‘70) visto che lì è fissata la mia adolescenza e gioventù. Se poi penso che, essendo stato infante negli anni ‘60 e che sicuramente qualche subliminale di quello spirito e di quei suoni da qualche parte della mente alberga, avrei potuto fare un bel raccontino sul crescere con la musica…… e invece il tema scottante è oggi la sopravvivenza della musica e la sopravvivenza con la musica. Il presente è sconcertante, spesso disarmante e disarmato, arduo da affrontare, spesso da scalare senza alcuna protezione, più che mai da capire.
Occorre inoltre fare una premessa, per evitare la parte del vecchio bolso, del moralista snob, o peggio del nostalgico, accidioso, passatista: che una opinione oggi concorre con visioni allo stesso modo valide, oggettive, riscontrabili. Esiste una verità malferma, pronta a tramutarsi nel suo esatto contrario e questo crea incertezza, spaesamento, difficoltà d’azione. Un po’ come le musiche, le tendenze, gli stili che in questi famigerati anni zero (formula ormai markettara) sono tutto e il contrario di tutto. Musiche che paiono galleggiare, un suono che contraddice l’altro, elementi che si mescolano in un vortice temporale dove convivono le armonie vocali dei Beach Boys/Van Dyke Parks e i click’n'cut digitali, dove riaffiora la no-wave newyorkese e il folk pastorale, dove torna il songwriting d’autore e l’urgenza combat delle favelas globali, dove si citano gli anni ‘50, i crooner, le torch songs e nel mese successivo la psichedelia, il rhythm’n'blues originario e quello dei nuovi produttori delle charts americane. Una babele di linguaggi che si sovrappongono in una costruzione vociante che somma piano su piano una torre instabile fatta di nicchie, anfratti, cubicoli. Piccoli spazi che nel breve periodo franano e che vengono sostituiti da nuove edificazioni. Edificazioni in cui trendsetter e giornalisti glamour ricavano altri luoghi, piccole stanze, miniappartamenti: torna il folk, che però nell’immediato si divide in weird, psych, doom, tronic etc. Non si fa in tempo a decifrare i segnali d’interpretazione che è il turno di giravolte percettive e allora ecco lo shoegaze, che si apparenta con l’indietronica, ma pure il dubstep, ci sono brani che sanno di classico con nuove figure umane, ma ci sono produzioni che nascondono gli artefici e che si concentrano sulla vita propria del suono che ci circonda, naturale o artificiale che sia (field-recordings, found sounds, glitch, 8bit music, neo-ambient). In queste mescole e giustapposizioni, intervengono ulteriormente i revival (parola che fa pensare al liscio e alle musiche popolari… ma a volte vien da pensare che sonic youth, nick cave, devo, talking heads, sono per noi come i casadei per i nostri nonni…) il citazionismo colto o incolto, apocalittico o integrato, trash o camp : la italo disco, che si imparenta con la nu-disco, con il balearic, che però può prendere una rotta cosmica andando a impattare con il kraut dei corrieri cosmici. Se però facciamo ritorno sul pianeta terra è un gran citare la forma primigenia, ovvero il blues: quello più arcaico e roots, quello desertico del mali, quello imbastardito di indies explosion, quello costruito sui campioni e trasposto sul computer. E’ un continuo rimasticare, rimangiare, assimilare e digerire (o mal digerire) i ‘60, ‘70, ‘80, ‘90, un po’ come i buffet delle grandi vernici o come i buffet della cucina internazionale degli hotel e dei villaggi vacanze in bella mostra nelle località più esotiche.
Barocco e Minimal, Nouvelle e Tradizionale, Fusion e Macro. Micro-Macro: la scena reggiana ora che tutto accade ovunque e comunque, in tempo reale o con leggera sfasatura satellitare, stordita da jet-lag o arrossata da esposizione da social network, non si discosta dunque dagli scenari in cartapesta appena disegnati. Anche nella provincia reggiana si dislocano sul territorio nicchie e enclave soniche, scene alternative e mainstream. Il filone che prende il suo via dal ceppo CCCP, il filone rock italiano del ceppo Ligabue, il filone pop-soul Zuccheroso, il ceppo post-rock, post-metal, post-punk (quello sperimentale e quello alla MTV), l’emo, i tecnicismi funky-jazz-fusion, la rilettura del folk, l’hip-hop, il neo-prog, la dance made in reggio con apice Benassi e l’elettronica made in Maffia. Tanti nomi e tanti punti di vista che farebbero pensare ad una costante e assidua vivacità, una conferma insomma di quello che si è sempre detto e pensato della nostra provincia, ma che sottotraccia nasconde qualche problema di solidità, che fa intravedere elementi di instabilità, che trema e scricchiola mentre compaiono crepe sempre più profonde. Ammetto di non essere capillarmente irrorato e informato, non bazzico più tanto nei boschi alla ricerca di prodotti di stagione e non so del tutto cosa si agita nel sottobosco reggiano. Ma grazie ai concorsi per le giovani band che ho seguito negli anni come giurato, come tutor o semplice interessato, grazie alla possibilità di poter ancora calcare qualche palco che in fondo rimane l’osservatorio più importante e il luogo di massimo confronto, qualche segnale mi è giunto, qualche prospettiva si è stagliata sullo sfondo, qualche informazione è trapelata. Se dunque mi baso su questi input e sulle sensazioni nemmeno troppo meditate devo dire che la situazione non è allettante e le previsioni per ora appaiono offuscate. Certo è vero che i pessimisti sono in realtà i migliori ottimisti, quelli che appurato un negativo stato delle cose si approntano in un modo o nell’altro a ribaltarlo, si ingegnano per trovare vie d’uscita, riscatto, orgoglio. Dunque questo pessimismo cosmico-ostico-autistico-localistico va preso come un incentivo, come un campanello d’allarme, come un “risvegliamoci tutti” dal torpore prima che sia troppo tardi. Questo è una testimonianza di una spedizione alla ricerca dell’oro, di civiltà nascoste, viaggi immaginari forse, potete credere o non credere, snobbare o prendere in seria considerazione. Ho provato a setacciare la grana, la sabbia, il limo del grande fiume, ma poco è rimasto, ben poco mi è apparso luccicante e capzioso. Se escludiamo i grandi successi commerciali di gente come Ligabue-Zucchero-Nomadi-Spagna-etc, se escludiamo la scuderia de I Dischi del Mulo (CSI, Ustmamò,AFA…), gli ultimi episodi di rilievo nazionale sono stati i Giardini di Mirò e relativo entourage, l’exploit pop de Il Nucleo, i progetti fuoriusciti dai desaparecidos del Maffia, il socialismo tascabile degli Offlaga Disco Pax e poco altro. Dopodichè le luci si sono un po’ spente intorno e c’è stato un dilagare di cover, tribute band, locali e circoli che si sono adattati per sopravvivere al nuovo clima, forse qualche gestore si è pure approfittato per puro calcolo. Non si può negare che nel frattempo un indecente momento politico-sociale italiano ha del tutto tarpato le ali alla creatività, all’intraprendenza, alla crescita. Il musicista, l’operatore culturale, come il ricercatore, come chi lavora in teatro, come chi fa cinema… la deriva culturale che sta investendo il nostro(?) paese è sempre più profonda, lo strabordare di reality, format, vippismi d’arrembaggio, ipocrisie e oscurantismi vari, hanno puntato le luci sulla confezione del prodotto più che sulla bontà del prodotto stesso. Sono poi sorte nuove burocrazie, tecnicismi, cavilli, divieti e proibizioni che hanno reso impossibile e controproducente organizzare, proporre, osare o lanciarsi in avventure artistiche. Reggio non appare immune a questa infezione che ha indebolito le difese culturali, anche qui imperano i nuovi usi e costumi italici con annessi e connessi. La curiosità e il coraggio hanno ricevuto una bella mazzata dai Signori dei Media, da addetti al settore sempre più pavidi, dal populismo culturale. Da quanto tempo vediamo i PR delle discoteche coinvolti nelle decisioni sulle politiche culturali di partiti e amministrazioni? Quanto è misurabile lo strapotere delle Organization che sempre più occupano, colonizzano e trasformano i luoghi dove poco prima si tenevano concerti? Quali radio effettivamente alternative ai network? Da quanto assistiamo alla chiusura di locali tra il silenzio e l’inermità della città? Intanto vediamo gli ipermercati affollati per i vari tronisti, amici della de filippi, isolani famosi: SIGN OF THE TIMES. Segni malauguranti, tempi sfregiati, strabordare e dilagare che tutto copre e tutto appiana dal macro al micro, dal global al local. Forse proprio questo ambiente ormai ostile, sbraitante, delirante porta al rinchiudersi a riccio in nicchie rassicuranti, protette dalla rete, riserve indiane o blog ultraspecialistici, massonerie d’avanguardia, ma quanto di questa carboneria ragionante influisce sui meccanismi del quotidiano, quanto influenza le politiche culturali di una città, quanto fa scena e quanto è osceno? Epifenomeno o Ipofenomeno? Cosa appare? Trasferirsi definitivamente sulla rete? Trasferirsi all’estero? O prendere pesci in faccia da un pubblico lobotomizzato? Meglio una sconfitta con onore, annunciata e accettata, o meglio una resistenza disperata? Arrendersi al fascismo culturale e allo sbraitare dei cantori del nulla, al fascismo del silenzio ancora più mortificante? Concedere vittoria a canzoni melense e grandi bastardi o ritornare a combattere sui palchi con watt, parole e idee? Io sono per la sfida e la lotta a oltranza, per il mimetismo, per le strategie e la guerriglia, sono per il risveglio delle cellule dormienti…… nei quartieri di Reggio città, così come nella bassa, sulle rive del Po e sui crinali d’appennino.
Meglio il martirio in nome della libertà delle sette notte piuttosto che il marchio infamante della X (Factor).

Fabrizio Tavernelli

Fabrizio Tavernelli. Cantante, musicista, produttore, dj, equilibrista esistenziale. Agisce da diverso tempo nella scena nazionale della contaminazione musicale, adottando questa formula come pretesto in cui inglobare qualsiasi influenza, qualsiasi incrocio tra diverse discipline. Dopo aver animato la locale attività musicale reggiana fonda nel 1987 “En Manque D’Autre” surreale combo free-polka con il quale incide quattro album autoprodotti ( “I nuovi arricchiti”, “Cianciulli”, “Noi siamo i tecnovillani”, “Folk Acido”) distribuiti da varie etichette indipendenti. Nel frattempo inizia l’attività di dj in radio specializzate come Studiosei e Mondoradio. Nel 1993 l’incontro con Massimo Zamboni e Giovanni Ferretti (ex CCCP) da inizio alla collaborazione con “I Dischi del Mulo”, nascono gli Acid Folk Alleanza successivamente denominati AFA. Il ‘95 vede il passaggio al neonato Consorzio Produttori Indipendenti. Tra i vari progetti di Tavernelli troviamo anche i Groove Safari (2001), Roots Connection (2002) e il progetto elettronico “Ajello”. Nel 2010 nasce invece il nuovo progetto di world music elettronica “Babel”. Nell’inverno 2010 Tavernelli crea una nuova etichetta discografica “Lo Scafandro” ed esce con un nuovo album solista dal titolo “Oggetti del Desiderio”.
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