Fabrizio Tavernelli. Cantante, musicista, produttore, dj, ha fatto uscire recentemente il suo nuovo album, “Oggetti del Desiderio”. Per l’occasione, ecco l’intervista che ci ha gentilmente concesso…

Le canzoni del tuo nuovo disco sono nate in maniera semplice o sono stati dei “parti” complicati?
No, sono parole, frasi, sfoghi, rabbie, visioni, estasi e eruzioni d’emozioni sgorgate durante la mia vita normale, sono cronache quotidiane, reportage su quello che ci sta accadendo intorno, punti di vista sulle derive dei nostri consimili. Insieme all’urgenza e al flusso automatico di pensieri, allo stesso modo sono nate semplici strutture armoniche, minimali sequenze d’accordi, brani basati sulla voce e su una chitarra che poi sono state rivestite, arricchite, esplorate con il mio gruppo.

Quanto spazio c’è per l’improvvisazione nelle tue canzoni?
Ho voluto fare un album di canzoni, cercando di muovermi all’interno della forma canzone dunque non ho preso in considerazione strutture aperte o composizioni free-form, questi sono aspetti che pratico con altri miei progetti più sperimentali. Diciamo che per “Oggetti del Desiderio” se c’è stata improvvisazione, è stato in fase compositiva: mentre scrivo testi e cerco melodie è facile entrare in uno stato di trance e la scrittura, l’associazione di idee, concetti, immagini, fluisce senza barriere. Dal vivo invece ci saranno momenti in cui i brani potranno svilupparsi e aggiungere nuovi elementi sonori o verbali.

Quanto tempo devi invece dedicare alla ricerca ed allo studio?
Sono sempre stato un istintivo e non ho una preparazione accademica, sono interessato alle idee, al coraggio e alla curiosità. Il punk ha messo in primo piano l’urgenza di dire cose mettendo in secondo piano i virtuosismi, anche l’elettronica ha facilitato l’approccio alla musica… diciamo che il mio studio sono stati gli infiniti e illimitati ascolti di musiche di ogni tipo, sono stati i tanti concerti tenuti in giro per l’Italia (negli anni ‘80 e in particolare negli anni ‘90 con gli AFA), sono state le ore ed ore passate in sala prove, in studi di registrazione… a dire il vero la mia testa lavora continuamente e anche mentre sto facendo altro capita che si materializzi un inciso, un testo, una melodia, un ritmo… poi senz’altro ho sempre scritto, non solo in funzione dei testi. Questa della scrittura, che mi accompagna da sempre, è una pratica costante che sta a metà tra lo studio-esercizio-disciplina e la necessità espressiva- creativa.

Quanto c’è voluto per mettere insieme questo tuo Album?
Per metterlo insieme non tanto, ci sono state diverse vicende sia personali che relative al particolare momento socio-culturale che mi hanno ispirato e generalmente una volta aperto il rubinetto mi capita di scrivere canzoni a getto continuo… naturalmente c’è stata una successiva scrematura e alcuni brani sono stati scartati. Con il gruppo c’è un ottimo affiatamento, c’è fiducia artistica e una comune sensibilità, dunque anche in fase di arrangiamento tutto è stato liscio. Stessa cosa per il lavoro in studio e con il produttore artistico Fabio Ferraboschi con cui lavoro da un bel po’ di anni.

A tuo parere quali potrebbero essere le carte vincenti di questo disco?
Direi la sincerità, probabilmente l’assoluta distanza da vincoli commerciali ma anche da vincoli alternativi, in questo momento sono attratto dalle canzoni che durano nel tempo, che danno sensazioni resistendo al passare del tempo, resistendo alle mode musicali, agli slogan del momento. Ti potrei dire, ma non voglio apparire superbo, che è un album di pop colto… e so che che è una cosa difficile quella di dire o fare cose intelligenti o ricercate, attraverso melodie e canzoni. In passato ho suonato cose contorte, cervellotiche o scritto testi da analisi psichiatrica, surreali, devianti… tanto che oggi non ho paura o vergogna di scrivere, suonare o dire cose più intime, essenziali, confidenziali.

I tuoi spettacoli live come si caratterizzano?
C’è sicuramente un approccio più corposo e ruvido, ma rimangono momenti più eterei e dilatati. Essendo il disco totalmente suonato, il live non fa che accentuarne le caratteristiche.

Poesia e canzone, quanto hanno in comune?
La definizione “poesia” va trattata con i guanti e non sempre la si usa a proposito… sia la poesia che la canzone cercano musicalità e ritmo nella parola, cercano di smuovere qualcosa attraverso un linguaggio, la canzone come la poesia vive sia dentro che fuori di una struttura, di uno schema. Sia la canzone che la poesia possono trasformarsi in una maniera, in una sterile ripetizione, ma quando c’è arte, verità, vissuto, coscienza e incoscienza allora si può parlare di universalità, di eternità, di avanguardia…. il dadaismo e il surrealismo sono un riferimento innegabile per il sottoscritto.

Qualcuno ha detto che suonare è come scrivere perchè bisogna farlo tutti i giorni…
Sono d’accordo, anche se non si tratta di puro esercizio ginnico-fisico, ma di conoscenza di te stesso e di quello che puoi dire attraverso uno strumento, la voce, il corpo. I grandi artisti dopo una lunga gavetta, dopo dischi e dischi, concerti su concerti, testi su testi, arrivano ad una forma purissima, essenziale, fatta di pochi elementi, lavorando di sottrazione, un po’ come gli artisti figurativi che nelle loro ultime opere arrivano a comunicare attraverso pochi segni sulla tela.

Oggi come vedi il mondo musicale giovanile?
Non credo si possa rispondere senza la conoscenza scientifica di quello che si agita sotterraneamente. Ci sono tante cose interessanti, ma spesso relegate in nicchie, nel frattempo tutto si è spostato nella rete e sono cambiati i modi di fruizione e assimilazione della musica. Per quanto riguarda l’Italia penso che oggi sia veramente difficile la sopravvivenza sia artistica che professionale per chi fa musica propria e originale, d’altra parte stiamo vivendo un lungo periodo di deriva culturale.

Quando componi ami farlo appartato, oppure insieme agli altri musicisti?
Subito per conto mio, in tranquillità, con me stesso. Poi però una volta imbastita una struttura con testo, melodia e accordi di base mi trovo con gli altri musicisti e cerco di condividere il più possibile i miei brani. In questo caso il progetto è a mio nome e naturalmente ci metto molto del mio. In altri progetti capita magari di comporre insieme, jammare in sala prove, intervenire sul lavoro di altri.

Si parla da anni di crisi del mercato discografico. Pensi si possa dire che il peggio è passato e si vivrà una nuova era di rinnovamento?
Siamo ancora in una fase di passaggio in cui stanno mutando le vecchie strutture discografiche, di distribuzione, di comunicazione, anche il modo di porsi rispetto alla musica delle nuove generazioni è in un certo modo “antropologicamente” diverso. Non so se il peggio è passato e il rinnovamento è ancora oscurato da una fitta nebbia… in ogni caso vale la pena ricominciare a muoversi dal basso, a fare cose in ogni caso e comunque, senza aspettare un incerto illuminismo discografico.

C’è qualche album o artista che ti farebbe piacere consigliare a chi ci legge?
Troppi sono gli stranieri che potrei citare, ma se mi limito all’Italia dico Faust’o/Fausto Rossi di cui tra l’altro riprendo “Benvenuti tra i rifiuti” nel mio album.

Del mondo della musica odierno. Cosa ti piace e cosa no?
Mi piace la possibilità che ti da la rete e che in un certo modo ha pianificato la visibilità, anche se non so ancora se questa democraticità sarà prima o poi castrata dalle grosse strutture. Mi piace anche la tecnologia che ha facilitato il fare, il produrre, il registrare musica. Non mi piacciono i reality musicali, i contenitori alla X-Factor, tutti gli addetti al settore musica (discografici, network, etc) che pensano di sapere cosa voglia e cosa si possa proporre alla gente.

Per chiudere, quanto contano per un artista equilibrio e sensibilità?
Il non avere equilibrio può essere anche un pregio dal punto di vista artistico, ci sono stati musicisti geniali assolutamente squilibrati, quelli però che sanno stare in equilibrio tra il reale e la follia rimangono negli anni. La sensibilità, soprattutto se propria e pura, permette di leggere e vedere il reale in un modo diverso, permette a chi ascolta di scoprire e condividere nuovi aspetti del nostro mondo.

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