Fabrizio Tavernelli


Notiziario ANPI

Posted in Scrittura, Notiziario ANPI by Taver on the September 29th, 2006

Nel 1995 insieme al Comune di Correggio e I Dischi del Mulo organizzai quel riuscito evento denominato “Materiale Resistente”. Un concerto che si trasformò in una reazione a catena con al centro la Resistenza, la lotta partigiana di Liberazione e la sua preziosa eredità applicata all’oggi. Della compilation su CD ne parlo all’interno della sezione musica del sito. Oltre alla rilettura dei canti partigiani vi furono altri sviluppi. Da lì infatti presero il via una serie d’iniziative: un libro ed un film omonimi distribuiti da “Il Manifesto”, una serie di date con i gruppi coinvolti nell’album, un riscontro di pubblico e critica. Fui invitato a diverse presentazioni e convegni sull’incontro tra vecchi resistenti e nuove generazioni e dal ‘95 inizia una collaborazione che dura tuttoggi con il Notiziario ANPi (il mensile dell’associazione nazionale partigiani). All’interno della rivista curo la rubrica “Opinion Leder” (gioco di parole tra l’inglese “Leader” ed il dialettale “Leder” che sta per ladro) in cui scrivo di resistenza culturale, musica, politica, visioni e reazioni. Per ribadire in prima persona la convinzione di mantenere viva la memoria e gli ideali della Resistenza, dal 2005 ho accettato di diventare presidente della sezione correggese dell’ANPi e così stanno facendo altri giovani (reali ed in senso lato) che pur non avendo partecipato alla Lotta partigiana vogliono mantenere viva la coscienza antifascista.

Quella che segue è una selezione degli articoli apparsi sul notiziario.Alla ricerca di nuove resistenze1.doc

A cena per.rt

ALICE E.doc

Antropologia Elettorale.doc

articolo anpi.doc

Disobbedirsi.doc

Duemila Resistenze.doc

Guantanamo.rtf

ieri partigiani oggi antifascisti.doc

IMMUNITA.doc

IMPARARE A NUOTARE NELLA MUSICA.doc

INCLASSIFICABILE.doc

INSOPPORTABILE.rtf

KOLOSSAL KOSSOVO.doc

LA FASCINOSA IMPURITA.doc

Lultimo tabù.doc

MILLENIUM BUG .doc

Mondariso.rt

MOSCHEA A CORREGGIO.doc

Musiche per il 25 Aprile.doc

nuova antologia partigiana.rtf

Onelia.doc

Papa boys boys i.doc

PARTIGIANO NOVELLO.rtf

PEDOMUSICOFILIA.doc

PERVERSI GIOCHETTI LINGUISTICI.doc

Presiedere.rtf

Qualcuno.doc

Raduno naziskin.rtf

RESISTENZA O DESISTENZA.doc

Strumenti di memoria.doc

TESSERE DI MOSAICO ANTIFASCISTA.do

TOLLERANZA TANTA.doc

ultracorpi.doc

CILICIO E DISCIPLINA.doc

Articolo preventivo.doc

LE BATTAGLIE DI CANOLO.doc

Chi ha paura del rock.doc

associazione nazionale politica italiana.doc

articolo.doc

notiziario.doc

partigiano novello terza edizione.doc

ripartire dallantifascismo.doc

commedia sexy allitaliana.doc

contributi.doc

 

 

 

 

 

SCUSATE, MA FORSE NON AVEVO CAPITO BENE:……

Il nostro notiziario è una bella certezza, una rivista che nel tempo si è fatta sempre più capiente, interessante, sfaccettata. Tra le sue pagine troviamo contributi che sono un po’ la somma e la summa dell’avvenuto e ufficializzato incontro di generazioni. Un bel concentrato di memorie, di storia e di storie. Uno strumento sempre consultabile, aggiornato sulle innumerevoli esperienze della Resistenza. Uno strumento che continua ad indagare sull’accaduto, su quello che è stato, ma che allo stesso tempo si apre su nuove pagine di odierna resistenza. Il Notiziario informa e rincuora esplicitando il pensiero dei tanti giovani antifascisti che aderiscono all’Anpi. Ora in questo incrocio di passato, presente e futuro, ci sta che possa pure mutare qualche consuetudine, a costo di movimentare il tutto, sperando che la discussione, la dialettica possa avere ospitalità tra queste pagine. Ecco prima delle vacanze, in cui ogni attività rallenta, compresa la politica, vorrei lasciarvi con un articoletto un po’ scomodo, non legato a consuetudini che frequento raramente, non propriamente ortodosso o diplomatico. La lotta partigiana, ieri come oggi, è qualcosa di irrituale che reagisce allo stato delle cose. C’è un pensiero che mi frulla in testa da tempo e non essendo stato sommerso nel frattempo da altri pensieri, mi sento costretto a lasciarlo uscire libero. La cosa riguarda la politica italiana, in particolare la parte politica a cui da sempre l’Anpi fa riferimento con un continuo rapporto osmotico. Parliamo del centro-sinistra, del PD in particolare, che senza mezzi giri di parole è da sempre (dalla Liberazione in poi, dal PCI con tutte le sue evoluzioni PDS, DS etc) il maggiore “azionista”, il più rappresentato in squadra, il legame più stretto con l’Anpi. Certo è vero, che in questi anni di scissioni, separazioni, lotte intestine nella sinistra italiana, la nostra associazione ha cercato di rappresentare e mantenere rapporti con tutto l’arco della sinistra italiana e con tutte le associazioni vicine, ma è innegabile un rapporto preferenziale che, in ogni caso, qui non voglio contestare. Quello che vorrei capire invece, alla luce di questo rapporto preferenziale e alla luce del fatto che tanti nuovi giovani iscritti non fanno riferimento a partiti o sigle definite, è come intende comportarsi l’Anpi in merito alle ultime tendenze e tattiche del socio (il PD) con le maggiori quote di rappresentanza nella società (L’Anpi). Come si sente e si legge sempre più insistentemente ci sarebbe un costante avvicinamento tra il PD e la Lega , una attrazione fatale che fa presagire possibili ardite alchimie che in alcuni casi si stanno concretizzando in offerte di poltrone, in alleanze e in vere e proprie avances (in verità da parte del più debole in questo momento verso il vincitore delle ultime tornate elettorali). Si parte dall’alto per esempio, con Enrico Letta, vicesegretario del PD, che recentemente ha dichiarato che il suo partito e il centrosinistra devono aprire alla Lega, perchè richiesto dai loro elettori. Si passa a definizioni ardite e spericolate che vedono nella Lega una possibile “costola della sinistra” (mhh…probabilmente non è la Sinistra che intendo io…). Si può constatare nelle giunte di alcuni comuni governati dal centro-sinistra nella scopiazzatura (fatta male per la verità) dei proclami e dei provvedimenti presi dalle giunte leghiste in tema di sicurezza con tanto di sindaci-sceriffo, ronde cattive e ronde-dolci e tolleranza zero verso obiettivi impensabili un tempo. Se passiamo in ambito locale non mancano uscite di politici di spicco, di dirigenti, di figure sponsorizzate dal centro-sinistra che affermano che il vecchio PCI avrebbe affrontato il tema immigrazione come la Lega, oppure che pensano sia giunto il momento di far entrare nei posti chiave gli uomini del Carroccio. Cosa dice dunque l’Anpi di questa relazione pericolosa? Come intende comportarsi di fronte a questo ennesimo ribaltamento di prospettive, di posizioni? Come metterla giù culturalmente? Ma soprattutto come spiegarla ai tanti giovani che hanno aderito all’Anpi, perchè antifascisti, contro ogni tipo di razzismo, contro la xenofobia, le segregazioni del passato e del presente.. Come spiegare ai nuovi partigiani che quello che credevamo un nemico, ora dovrebbe essere visto come un possibile alleato? Come convivere con chi ha rispolverato la categoria della “razza” mescolandola con il peggiore integralismo cattolico? Come convivere con amministrazioni, guidate dalla lega o in bella compagnia del PDL, che negano come a Guastalla le piazze per le celebrazioni del 25 Aprile? Come essere benevoli con un governo, di cui la Lega è punta di diamante, che continua a attaccare scientificamente la Resistenza? Per queste cose e per la passione e le certezze che i giovani “antifascisti” ritrovano nell’Anpi, mi suonano poi gravissime (è un episodio, ma mi ha parecchio turbato) le distanze precisate da qualche storico e organico esponente del nostro direttivo dopo che una giovane iscritta aveva definito la Lega una forza fascista durante un intervento. Dunque l’Anpi cosa dice, cosa pensa della Lega? Lo chiedo chiaramente, perchè chiaramente (e penso di poterlo dire a nome dei nuovi antifascisti) io vedo la Lega come una pericolosa deriva fascista, una forza che è colpevole dell’incattivimento degli italiani (tutti, compresi quelli che si definiscono di sinistra!) che si nutre dei peggiori istinti, delle paure, che ha fatto del non-umanesimo, della disumanità sociale la sua bandiera (Verde, visto che quella tricolore che a Reggio tanto amiamo loro la sbeffeggiano). O forse non avevo capito bene? Forse sono ingenuo come ogni giovane ribelle… ricordate quei ragazzini che si diedero alla macchia e alla guerriglia per combattere qualcosa che ritenevano ingiusto? Forse anche nell’Anpi, passato il momento del trasporto ideale, dovremmo metterci ad attendere le mosse degli strateghi (ormai logori a dire il vero) che ci stanno preparando l’ennesimo salto riformista nelle paludi della Padania? A noi interessa il cuore, la scelta personale, l’etica della Resistenza, non siamo affatto appassionati da vecchi equilibri, da amici e alleati che ora ci dicono che bisogna aprire alla Lega per necessità pragmatiche. Quindi ora dovremmo bruciare i vecchi numeri del notiziario in cui si prendevano le distanze dai leghisti e dalle loro intolleranze? Occhio dunque, perchè se in ambienti politici vicini che a volte coincidono con l’essenza stessa dell’Anpi si strizza l’occhiolino alla Lega, noi non siamo affatto disposti a chiudere gli occhi. A costo di intraprendere una nuova resistenza partigiana! Dateci dunque conferma che non ci eravamo sbagliati…. vero?

Fabrizio Tavernelli

RELAZIONE CONGRESSO 23/01/2011

Vorrei in questo intervento partire da un presupposto. Il presupposto è la mia poca dimestichezza, la  poca disinvoltura in tema di congressi e occasioni ufficiali. La scarsa predisposizione a tecnicismi e formule oratorie. Questo per dare alla mattinata e alle parole, un tono colloquiale, un codice decifrabile, un linguaggio legato alla quotidianità. O meglio, legato alla necessità, perchè tutti noi siamo oggi qui per necessità, perchè è necessario esserci, perchè è necessario testimoniare, perchè è necessario, soprattutto in questi giorni difficili per l’italia, assicurare ai partigiani ancora presenti che noi tutti avremo cura di preservare e trasmettere quello che ci hanno lasciato in eredità.
Un discorso depurato da artifizi e sofismi, per riavvicinarsi alla originaria spontaneità ed urgenza di chi ha dato vita e di chi ha dato la vita alla Resistenza. Nella esperienza resistenziale il dire e l’agire sono state un’unica cosa, le idee si sono incarnate nelle vite delle persone. Il partigiano un tutt’uno con il suo pensare, con le sue speranze, le sue paure, la sua rabbia, la sua voglia di cambiamento. Una esistenza tesa a mutare lo stato delle cose. Una voglia di reagire, di rialzarsi, di indignarsi che oggi ci manca, di cui abbiamo disperatamente bisogno. Io voglio partire da questi presupposti affinchè la mia non sia una relazione di circostanza, o magari un freddo resoconto di questi anni in cui ho avuto l’onore della presidenza della sezione di correggio. Non voglio e non sarei capace di elencare freddi numeri, di fare riassunti in politichese. Vorrei invece condividere con tutti voi le certezze e le incertezze che si vivono quando ci si trova al cospetto di un periodo allo stesso tempo glorioso e controverso, epico e umano, quale è stata la lotta di liberazione. Voglio condividere i punti fermi, le conquiste, tutto il lavoro che insieme abbiamo fatto (anpi, associazioni, amministrazione, forze politiche, semplici sostenitori) per alimentare con costanza la memoria della lotta antifascista nel nostro territorio, ma voglio altresì condividere i dubbi, le paure, vorrei che fosse di tutti questa domanda  “cosa faremo quando anche l’ultimo partigiano non sarà più tra noi?”
Per prima cosa le certezze: la più importante, avere ancora al nostro fianco i partigiani. Avio Pinotti, Artullo Beltrami, Germano Nicolini, senza dimenticare chi per problemi fisici non può essere oggi qui insieme a noi. Questi partigiani sono la nostra memoria tangibile, materiale, vivente, sono libri parlanti, è la storia che ci parla con le sue parole più vere. E’ la storia che dovrebbe essere insegnata nelle scuole e che non vuole sparire per calcoli o strumentalizzazioni politiche. Senza la loro forza morale, senza il loro supporto, senza il loro essere fermo riferimento etico, il mio ruolo, il nostro ruolo nell’anpi sarebbe soltanto un tentativo di sopravvivenza. Sono questi partigiani a darci le ragioni, gli stimoli, dalle loro parole sappiamo cosa è stato il fascismo e cosa vuole dire essere oggi antifascisti. Loro stessi hanno compreso che non bastava più celebrare e che la lotta per la libertà, parola ormai usata a sproposito e per fini populisti, o peggio personalistici, non è ancora finita, perchè ogni tempo ha bisogno di liberazioni e nuove resistenze. A questo proposito è stato illuminante e vitale aprire l’associazione a nuovi iscritti, ai giovani, a chi idealmente si sentiva vicino. Il boom a livello nazionale di aderenti tra i più giovani è un dato di fatto e segna una problematica a cui le forze politiche vicine dovrebbero guardare. L’anpi è una forza apartitica, ma non apolitica, dunque è una grande casa che accoglie tutti senza guardare a provenienze o appartenenze. Allo stesso modo la sezione di correggio, grazie anche alla caparbietà dei nostri partigiani, ha visto la sempre più numerosa adesione di giovani. Correggio è la sezione più numerosa dopo reggio 380 iscritti, In particolare il nostro direttivo è composto per la maggioranza da antifascisti che non hanno preso parte alla lotta di liberazione. In questa occasione voglio ringraziare le ragazze e i ragazzi del distaccamento di correggio (tralasciando il desueto e altisonante termine di direttivo) che negli anni hanno dato prova di coesione, di comunanza d’intenti, di passione disinteressata, di coerenza. Per questo credo che i ruoli all’interno della nostra sezione siano assolutamente simbolici, interscambiabili, dietro a qualifiche forse obsolete c’è in verità una condivisione e una gestione partecipata. Non esistono schemi fissi, strutture gerarchiche. Siamo insomma tutti presidenti. Vengo quindi alle tante cose fatte, alle scommesse, ai progetti, alle produzioni, ai lavori sulla resistenza e per la resistenza. Iniziative importanti, innovative, che hanno fatto di Correggio, un modello, un punto di riferimento per i giovani reistenti di tutt’italia. Basti pensare, citando a caso all’evento “materiale resistente” del ‘95, rimasto così impresso nelle memorie da essere replicato ovunque, basti pensare alla interessantissima filmografia, ai documenti, al centro sulla resistenza in questo palazzo ospitato, basta leggere i tanti libri pubblicati, non ultimo il recente “il ribelle” di Avio Pinotti e Monica Barlettai, basti pensare ai tanti modi per valorizzare e fare rivivere i monumenti e i cippi sparsi nel nostro comune. Poi ancora ai progetti didattici in collaborazione con le scuole (e ai tanti pezzi di gnocco sfornati per sovvenzionare i viaggi della memoria)… e ancora biciclettate, ricostituenti e lavori sulla costituzione, feste di tesseramento, spettacoli teatrali, musiche, ricerche storiche. Questo grazie anche a operatori culturali e artisti locali che hanno saputo reinterpretare e attualizzare le vicende del nostro territorio. Pensiamo inoltre alla stima, alla vera e propria adorazione, alla suggestione che la figura e la storia di Germanio Nicolini, il diavolo, ha ispirato nei giovani antifascisti che in ogni luogo affollano i suoi lucidi discorsi. Queste dicevamo sono certezze, realtà, materiali resistenti agli attacchi, ai rovescismi, allo screditare continuo. Ritorna dunque la domanda:  fino a quando e come riusciremo a proteggere questo bene prezioso, fino a quando la nostra memoria e quella di chi ci seguirà non sarà intaccata o addirittura cancellata. E se passiamo alla costituzione ,conseguenza della lotta di liberazione, per quanto riusciremo a difenderla?  E qui veniamo a un nodo essenziale nell’esistenza e nell’essenza dell’anpi. Cosa deve essere l’anpi, cosà dovrà essere nella modernità? Cosa deve fare, quali sono e saranno i suoi scopi i suoi fini. Ci sono diverse concezioni, diverse sottolineature, posizioni che anche all’interno del nostro piccolo gruppo ci portano a confrontarci. Da un lato l’anpi come baluardo a difesa della memoria resistenziale e della costituzione repubblicana, dall’altro la lotta partigiana da applicare a nuove lotte, a nuove resistenze (dalla lotta per i diritti, alla lotta alle mafie, dalla lotta ai nuovi fascismi, alle nuove intolleranze e razzismi). Penso che siano due visioni valide e dal mio punto di vista complementari, soprattutto oggi dove l’attualità, dove l’anomalia politica italiana, la crisi economica, il berlusconismo, ci chiama ad una resistenza decisa, a una reazione, a una lotta di liberazione non ancora giunta a compimento. Una resistenza culturale a una evidente deriva culturale. Un riconoscere i nuovi fascismi: il fascismo del silenzio, quello spettacolare e di costume del berlusconismo. O forse, la sconfitta non di berlusconi ma del berlusconi che è in noi. Quello che oggi stiamo vivendo è fascismo, truccato, mediatico, glamour, da commedia sexy all’italiana, ma altrettanto pericoloso, subdolo, devastante. A tale proposito termino leggendo uno scritto di Noam Chomsky, come se fosse uno scritto uscito dalle rotatorie delle stamperie clandestine partigiane. Spero possa aiutarci a svelare e combattere il nostro fascismo quotidiano.
In questi giorni di forte instabilità politica si riaccendono i toni e si rimescolano i temi che hanno animato il calderone mediatico degli ultimi 15 anni: sicurezza, giustizia, economia, tradimento, sesso. Nel nostro Paese succede che molti ingenui continuino ad esempio a meravigliarsi delle boutade del presidente del Consiglio, limitandosi a bollare barzellette e proclami del premier brianzolo come uscite inammissibili, senza considerare quanta macchinazione logica stia dietro ad ogni singola affermazione. Un meccanismo ben oliato a cui fanno ricorso non solo uomini politici, ma esperti di marketing e uomini di potere in genere. Un noto studioso di linguistica come Noam Chomsky ha stilato una lista di 10 regole, che vengono utilizzate per drogare le menti, ammaliandole, confondendo in loro ogni percezione, rimescolando realtà e fantasia, evidenza e costruzione illusoria. Ecco quali sono:
1-La strategia della distrazione
L’elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste nel deviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dei cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti. La strategia della distrazione è anche indispensabile per impedire al pubblico d’interessarsi alle conoscenze essenziali, nell’area della scienza, l’economia, la psicologia, la neurobiologia e la cibernetica. “Mantenere l’Attenzione del pubblico deviata dai veri problemi sociali, imprigionata da temi senza vera importanza. Mantenere il pubblico occupato, occupato, occupato, senza nessun tempo per pensare, di ritorno alla fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).
2- Creare problemi e poi offrire le soluzioni
Questo metodo è anche chiamato “problema- reazione- soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che si dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, o organizzare attentati sanguinosi, con lo scopo che il pubblico sia chi richiede le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito della libertà. O anche: creare una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.
3- La strategia della gradualità
Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi. E’ in questo modo che condizioni socioeconomiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni 80 e 90: Stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero state applicate in una sola volta.
4- La strategia del differire
Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, ottenendo l’accettazione pubblica, nel momento, per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro che un sacrificio immediato. Prima, perché lo sforzo non è quello impiegato immediatamente. Secondo, perché il pubblico, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. Questo dà più tempo al pubblico per abituarsi all’idea del cambiamento e di accettarlo rassegnato quando arriva il momento.
5- Rivolgersi al pubblico come ai bambini
La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico, usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Quando più si cerca di ingannare lo spettatore più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 anni o meno, allora, in base alla suggestionabilità, lei tenderà, con certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedere “Armi silenziosi per guerre tranquille”).
6- Usare l’aspetto emotivo molto più della riflessione
Sfruttate l’emozione è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un’analisi razionale e, infine, il senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del registro emotivo permette aprire la porta d’accesso all’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o indurre comportamenti….
7- Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità
Far si che il pubblico sia incapace di comprendere le tecnologie ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza dell’ignoranza che pianifica tra le classi inferiori e le classi superiori sia e rimanga impossibile da colmare dalle classi inferiori”.
8- Stimolare il pubblico ad essere compiacente con la mediocrità
Spingere il pubblico a ritenere che è di moda essere stupidi, volgari e ignoranti…
9- Rafforzare l’auto-colpevolezza
Far credere all’individuo che è soltanto lui il colpevole della sua disgrazia, per causa della sua insufficiente intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi. Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e s’incolpa, cosa che crea a sua volta uno stato depressivo, uno dei cui effetti è l’inibizione della sua azione. E senza azione non c’è rivoluzione!
10- Conoscere gli individui meglio di quanto loro stessi si conoscano
Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élites dominanti. Grazie alla biologia, la neurobiologia, e la psicologia applicata, il “sistema” ha goduto di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia nella sua forma fisica che psichica. Il sistema è riuscito a conoscere meglio l’individuo comune di quanto egli stesso si conosca. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un controllo maggiore ed un gran potere sugli individui, maggiore di quello che lo stesso individuo esercita su sé stesso.

 

  • MILANO : MATRIX
  • Quello che è successo negli ultimi giorni della campagna elettorale a Milano è un evidente dimostrazione di come in Italia vi sia in atto da tempo un sovvertimento della realtà, o meglio un mescolarsi di diverse realtà dove è sempre più labile il confine tra reale e finzione, tra vissuto vero e proprio e costruzione dell’immaginario. Quando fra decenni si studierà dal punto di vista sociale, politico e antropologico questo nostro sfortunato periodo sicuramente vi saranno diversi elementi per parlare di una moderna e nuova forma di fascismo. Una forma autoritaria che non interviene direttamente sul corpo e sulle libertà individuali, ma che tende ad occupare e colonizzare i sogni, la percezione, le coscienze. Come ormai è appurato la cultura televisiva berlusconiana ha costruito la cultura popolare italiana degli ultimi decenni, sostituendo simboli, feticci, linguaggi, prospettive. Intere generazioni sono cresciute seguendo gli stili, la fenomelogia, l’interpretazione del quotidiano filtrato da una spettacolarizzazione dell’intimo, dalla trasformazione della vita di ognuno in uno show perenne, osceno e confezionabile. Uno spettacolarità diffusa che presto si è rivelata una bonaria forma di controllo e plagio del senso critico. Quello che Debord, Baudrillard o i Situazionisti avevano profetizzato ,analizzando la società contemporanea, si è pienamente realizzato in Italia. A questo punto si potrebbero tirare fuori molti titoli della letteratura cospirazionista, science-fiction, apocalittica, utopista: da Ballard a Orwell, da Samuel Butler a Gibson, da Pynchon a Hakim Bey…libri che parlano di sistemi sociali fondati sulla finzione, su realtà ribaltate, su luoghi in cui ogni normale attività umana viene sostituita da bisogni e desideri indotti. Quello che poi si è mosso nella realtà milanese è stato forse il segnale di uno svelamento ormai agli occhi di tutti: le armate catodiche della potenza Fininvest stanno occupando le nostre strade, le nostre piazze, dopo che era stata facile conquista l’occupazione delle nostre case attraverso armi di distruzione di massa critica, le televisioni. Come agenti sovvertitori, uomini della Fininvest (attori, comparse, agenti segreti, figuranti) hanno cominciato ad aggirarsi nella città travestiti da finti zingari, da finti militanti dei centri sociali, inscenando provocazioni, aggressioni, recitando copioni e parti scritte da addetti alla comunicazione, da esperti di sabotaggio mediatico, da scienziati della paura. L’occupazione della città come l’occupazione delle vite dei cittadini. La fiction televisiva che straripa, che tracima, che allaga e si diffonde come uno tsunami (ho usato volutamente questa parola come esempio di linguaggio indotto e mutuato dai proclami catastrofisti) investendo le intelligenze, gli anticorpi sociali, l’alternarsi di stato di veglia e stato onirico. Finzione, piani di realtà che si sovrappongono, allucinazioni collettive, paranoia, esperimenti di simulazione, controllo occulto, psicopolizia, minority report, ubik spray, simulacri, la FININVEST l’oscuro esoterico organo della cultura italiana, la fiction che si agita e vermicola nelle strade, nella metro, replicanti col marchio del biscione nella matrice, MILANO dove si scontrano universi alternativi. Come nei libri e nelle teorie di Philip K. Dick.

Fabrizio Tavernelli

Chi canterà le nuove Cronache?

In occasione della partecipazione allo sciopero generale della CGIL contro la manovra finanziaria ho avuto modo di discutere con il buon Zambonelli del fatto che la colonna sonora delle manifestazioni, delle adunate di piazza, delle iniziative politiche sia da qualche tempo sempre la stessa. In un certo modo rassicurante ma forse abitudinaria. Detto questo, tanto per non essere fraintesi, meno male che ancora abbiamo la possibilità e la libertà di cantare queste canzoni, questi inni, da “Bella Ciao” in poi. Il tema del discorrere più precisamente verteva sulla sensazione che dall’esperienza del gruppo del Cantacronache non si siano più presentate situazioni e proposte che in un certo modo abbiano proseguito quel percorso e quel racconto della società italiana in evoluzione. Altri episodi ci sono stati prima e dopo e citando a braccio vengono in mente le uscite de I Dischi del Sole, certi progetti folk  tesi a rivalutare il patrimonio popolare e la canzone di protesta, i canti sindacali, gli anni ‘70 degli Area e dell’etichetta Cramps, la Coperativa degli Stormy Six e in genere il cantautorato politico. Ci si chiedeva se esista oggi  un racconto in tempo reale del nostro momento storico-sociale. Qualche segnale c’è anche se da scovare, da interpretare, da evidenziare. D’altra parte in questi ultimi decenni il filo non si era esaurito e una moderna canzone in grado di narrare i momenti salienti dei fatti che ci coinvolgono ha fatto capolino tra la massa montante di musica commerciale, da format, sparata ossessivamente da network totalizzanti. Dunque il problema maggiore è stato quello della emersione di musica diversa , della comunicazione di concetti, della trasmissione di altre parole e di suoni altri. Occorre ricordare diverse vicende della musica italiana alternativa: per esempio la scena hard-core-punk (nata verso fine anni  ‘70)  gravitante intorno ai centri sociali e al mondo anarchico. In questo caso i testi espliciti e le posizioni no-compromise dei gruppi sono stati un esempio di opposizione al sistema con temi che andavano dall’antimilitarismo alla rivolta sociale. Sempre legati ai centri sociali nei primi anni novanta prende il via la stagione delle posse. Fenomeno italiano che prende ispirazione dal rap militante d’oltreoceano, tramutando i versi di rivendicazione sociale degli afroamericani nelle rime che diventano un documento giovanile delle periferie e del disagio. In particolare forte sarà il legame con le lotte studentesche della Pantera. Un altro importante momento della rinascita della musica impegnata (come si diceva un tempo) è stato quello legato all’operazione “Materiale Resistente” dove una serie di band legate all’etichetta Consorzio Produttori Indipendenti si è fatta carico di rileggere ed attualizzare il patrimonio dei canti resistenziali. Questa iniziativa non a caso ha come data il 1995: cinquantanni dopo la liberazione e nel momento in cui si faceva ormai evidente e preoccupante l’avvento del Berlusconismo. Oggi questi episodi si sono dispersi in mille direzioni, in interpretazioni che hanno comunque un approccio più intimista. Qualcuno ha parlato degli anni zero come un tempo in cui è possibile mettere sullo stesso piano decadi e generazioni, dove è possibile fare continui salti temporali. Dove è possibile citare e mescolare suggestioni, ideologie, estetiche su un piano orizzontale. Sono mille rivoli in cui è ancora possibile ritrovare racconti del nostro tempo o ascoltare parole sulla deriva italiana, sulla inettitudine dei politici, sulla crisi economica globale. Certo non si tratta più di slogan, proclami o manifesti politici in musica e forse è venuta a mancare quella sfera pubblica, di condivisione di ideali e lotte. Forse ha vinto una sorta di spleen romantico, una quotidianità malinconica, una politica dei sentimenti come nelle trame dell’ultimo cinema italiano che semplicisticamente potremmo definire mucciniano. Da un lato abbiamo un ritorno di certo folk, della canzone popolare o in forma sempre più diffusa di un nuovo cantautorato che prende a piene mani dalla scuola autoriale degli anni 60′ e ‘70, dall’altro assistiamo al ritorno della canzonetta melensa che ci riporta ad un clima da anni ‘50.  Senza dubbio la musica, come un termometro, segnala la temperatura della società, dunque le stesse insicurezze e le paure teorizzate dai sociologi si ritrovano nelle liriche e nei suoni e di certo molti musicisti più o meno consapevolmente hanno difficoltà a schierarsi, a prendere posizione. Molta musica si è fatta qualunquista, indifferente ma è nella clandestinità  che è ancora possibile scoprire sacche di resistenza, possibili futuri, occorre soltanto mettere di nuovo in comunicazione le diverse voci che hanno voglia di raccontare il nostro complesso e composito presente.