Fabrizio Tavernelli


Disco-Bolo n.3 videorecensione di “Trout Mask Replica” di Captain Beefheart su Artmaker Web TV

Posted in vari prolassi, Nuove, Videodrone (la mia carne in TV) by Taver on the July 18th, 2015

Terza assimilazione su Disco-Bolo su ArtMaker Web Tv. Questa volta parlo di “Trout Mask Replica” di Captain Beefheart. Sovvertire la musica armonica usando gli strumenti come mezzi diagnostici.Improvvisazione, anarchia, astrazione, delirio, caos. Tutto questo in uno dei dischi più bizzarri dell’avant-rock. Fast’n'bulbous!

Disco-Bolotrout.jpg

L’improvvisazione, l’anarchia, il caos musicale di “Trout Mask Replica” di Captain Beefheart & His Magic Band, ascoltato, analizzato, assimilato e raccontato per voi da Fabrizio Tavernelli nella terza scheggia musicale/intellettuale del suo Disco-Bolo. VIDEO

https://www.youtube.com/attribution_link?a=tBf_Py0_S4I&u=%2Fwatch%3Fv%3Db0VAH481IAg%26feature%3Dplayer_embedded

http://www.artmaker.tv/disco-bolo-03/

“Moondog, il vichingo della 6th Avenue” un mio scritto su Piazza Grande

Posted in Scrittura, vari prolassi, Nuove by Taver on the July 18th, 2015

Moondog, il vichingo della 6th Avenue
Quando si parla di musica di strada il primo pensiero va a qualcosa di popolare. Eppure nella strada sul finire degli anni ‘40 prendeva forma una sorta di avanguardia popolare che fondeva concetti colti con l’urgenza quotidiana. Interprete di questa alchimia è il bizzarro Moondog (all’anagrafe Louis Thomas Hardin) musicista, compositore, esperto di cosmologia, poeta. Una figura unica nella storia della musica del 900. Altrettanto unica la scelta di fare della strada il suo palcoscenico. Cieco dall’adolescenza visse per anni nelle strade di New York, facendone la sua casa, il luogo in cui nascevano le sue composizioni. All’incrocio tra la 53° e la 6° Avenue a Manhattan il pubblico cominciò a conoscerlo, ad assistere alle sue esibizioni, a comprare i suoi spartiti. Lui vestito come il dio Thor, ispirato dalla mitologia norrena grazie alle sue gesta musicali divenne The Viking of the 6th Abvenue. In gioventù aveva avuto qualche insegnamento musicale nelle scuole per ragazzi non vedenti ma essenzialmente il suo sarà un percorso da autodidatta..Cosa che non precluderà la sua originalità ed una capacità compositiva che lo porterà a toccare territori dell’avanguardia. Dagli interessi iniziali verso le musiche dei nativi americani, le sue composizioni andranno ad inglobare i suoni della città, ritmi sghembi, elementi poliritmici vicini alla scuola minimalista americana. Spesso sono sinfonie pastorali, madrigali, musica da camera, creata con strumenti autocostruiti. A volte è come ascoltare musiche esotiche di civiltà perdute. E’ avanguardia popolare composta e suonata in tempo reale dallo street performer di New York che come in uno di quei piccoli vortici che fanno mulinare la spazzatura nelle strade mescola cori di voci a spirale, Erik Satie ma in modalità “concreta” e seppur in chiave stradaiola si avvicina ad un altro maestro della ricerca timbrica, Harry Partch. L’opera di Moondog oltre che affidata ad esecuzioni estemporanee tra passanti indaffarati, sarà raccolta in innumerevoli album pubblicati tra i tanti, dalla Prestige e grazie all’interessamento del direttore della NY Philarmonic. Un buon inizio per conoscere questo Vikingo è partire dall’ascolto dei primi album a suo nome, naturalmente dopo aver indossato un elmo con tanto di corna.

Ancora su Materiale Resistente

Intervista su Degnidinota e Spaghi D’Autore

Posted in Nuove, Correggio mon Amour by Taver on the March 4th, 2015

amour.jpg

«Non so se tanta spinta propulsiva viene dall’eccesso dei fertilizzanti sparsi nei campi lì attorno. Ma so che il nome del paese contiene una radice che rimanda al cuore, e una assonanza con il coraggio. E so che intanto Correggio sui giornali lo scrivono senza aggiungere tra parentesi: Reggio Emilia» così scrive Massimo Zamboni. Correggio: una piccola Seattle emiliana in fatto di rock. Tondelli, Ligabue, incursioni Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni, Materiale Resistente e feste dell’Unità con nomi come Bob Dylan, Jeff Buckley, Patty Smith… ma perché accade tutto questo in un borgo di 40.000 abitanti di provincia? 
Ecco un libro fondamentale Correggio Mon Amour. Una ricerca etnografica con interviste, ricerca azione e patrimonio storico e variopinto della città del rock con tanto di cd rom allegato. Nazionalpopolare e non solo in questa provincia smart e il suo welfare in fatto di musica, dal dopoguerra ai giorni nostri passando per gli stakeholder, i decenni e la crisi discografica… 
Qui la mia recensione insieme all’intervista di uno dei curatori, il musicista Fabrizio Tavernelli.

http://degnidinota.blogspot.it/2015/03/correggio-mon-amour-storia-di-storie.html

In Memoria di Artullo Beltrami, Partigiano

Posted in Notiziario ANPI by Taver on the February 3rd, 2015

Una vita densa, guidata da ideali, un partigiano, un altro che ci lascia
…una preziosa eredità morale

con la Guerriglia Culturale
Grazie Artullo

artu2.jpg artu.jpg

Discorso di Sconfinamento in occasione della Celebrazione della Battaglia di Canolo

Posted in Notiziario ANPI, Appuntamenti al buio (date, live, djset, performances, by Taver on the January 26th, 2015

anps.jpg

Questo è il mio intervento come Presidente Anpi di Correggio in occasione della celebrazione 2015 della Battaglia Partigiana di Canolo. Poco celebrativo e problematico ma così è.
Discorso di Sconfinamento

In questi anni abbiamo trovato tante e nuove parole, abbiamo inventato, abbiamo portato contributi al nostro laboratorio di memorie. Dunque lo sforzo di ogni anno, di ogni nuova iniziativa è quello di rielaborare, di aggiungere punti di vista, di allargare il raggio di azione, di coinvolgere sempre più persone e in particolare le nuove generazioni. E’ a loro che deve giungere chiara e nitida la trasmissione e ora tocca a noi. Siamo noi testimoni e testimone, certo non testimoni diretti ma sicuramente ben informati, istruiti, convinti dell’opera che ci compete. Noi siamo il tramite tra i partigiani, tra i nostri partigiani e le generazioni che stanno arrivando, che arriveranno. Oggi avrei voluto fare un intervento più conciliante, neutrale, più accomodante, meno problematico ma vi confesso che dopo aver speso tante parole e concetti sento forte il bisogno di rapportarmi ad un quotidiano. Dopo che mi sono addentrato nel territorio ora necessariamente devo sconfinare. Ho bisogno di capire se noi stiamo seguendo con coscienza, morale, etica la strada indicata dai partigiani, voglio capire se posso guardare con fiducia e serenità i cippi ai lati della strada che oggi abbiamo commemorato. Voglio capire se possiamo pronunciare senza tentennamenti i nomi dei caduti che celebriamo , dei ragazzi che ricordiamo. Sinceramente qualche dubbio mi agita, qualche domanda si fa strada : il percorso è giunto al suo termine, la liberazione è avvenuta veramente, quell’eredità è in pericolo? Partirei dal significato, dall’etimologia della parola partigiano. Partigiano, ovvero, stare da una parte, scegliere una parte e una volta fatta questa scelta portare avanti una idea, un disegno, una speranza anche se questo può costare, può comportare dolori, pericoli. Stare da una parte non è facile, ci sono alti e bassi, momenti di sconforto, a volte di disperazione ma nonostante tutto si combatte affinchè le proprie idee possano realizzarsi, possano trovare una loro affermazione per un bene comune. Allora fu una scelta portata avanti fino alle estreme conseguenze. Vi immaginate un resistente che passa da un momento all’altro alla parte avversa? Conoscete partigiani che abbiano venduto la loro voglia di libertà, passando nelle fila del nemico di allora? Quanti nomi di traditori (lasciatemi usare un po’ di iperboli) partigiani passati con i fascisti conoscete? Io veramente non ne conosco o forse sono veramente pochi, non proprio distinguibili. Certo è invece esistita una zona grigia, una parte silenziosa che per tornaconto personale, per quieto vivere, per egoismo o anche solo per paura ha cercato una propria sopravvivenza, un rimanere a galla accettando ogni ingiustizia, rimanendo vicini al vincitore, al potente di turno. Sappiamo di come il fascismo e il nazismo abbiano portato avanti il loro disegno, di come abbiano compiuto nefandezze, di come abbiano represso ogni diritto e libertà, tra il silenzio, tra una accondiscendenza di una massa di persone che ha preferito chiudere gli occhi. Il fascismo prospera tra il silenzio, nell’ipnosi dei popoli le cui paure, incertezze, difficoltà economiche vengono strumentalmente indirizzate verso un capro espiatorio. Una ipnosi causata da teorie astruse e che trova sfogo nel razzismo, nelle guerre etniche, nella ricerca di un uomo forte al comando. 
E ‘ in questi periodi di terrore, in questi periodi instabili, in questa emergenza sociale che si accetta tutto, compreso il calpestare la dignità degli esseri umani.
Siamo a pochi giorni dalla data che rappresenta il Giorno della Memoria. Qualche sera fa ho visto un documentario sui campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau, dove si riportavano testimonianze dirette dei pochi sopravvissuti o di chi, all’epoca bambino, ha passato gli anni della sua infanzia in quei luoghi dell’orrore, in quei luoghi in cui si concentrava la disumanità. 
E’ stato come rivivere il viaggio che ho fatto qualche anno fa su quei luoghi insieme al treno per Auschwitz organizzato dalla Fondazione Fossoli. Ancora una volta ho rivissuto quelle sensazioni, quello sconcerto, quel terrore, quelle lacrime. Ho respirato quello che non avrei mai voluto respirare. Ho percepito quello che non avrei mai voluto percepire. In quei campi sterminati, in quei campi di sterminati, in quelle camere a gas, in quel che rimane dei forni crematori, nello studio del dottor Menghele, ecco io credo che in questi luoghi abbia regnato il male. Ho una idea sfumata delle divisioni tra il bene e il male, non credo alla netta e tranciante divisione tra buoni e cattivi, ma se dovessi indicare una sola certezza, un unico punto fermo di convinzione, penso che in quei posti, a Birkenau, Dachau, Auschwitz e perchè no, avvicinandosi a noi ai Servi, si sia materializzato il male assoluto. Ora non vi sembri un collegamento arduo ma sentire i proclami di forze razziste e intolleranti come la Lega di Salvini o come altre forze di estrema destra che stanno sorgendo un po’ ovunque nella vecchia Europa mi procura inquietudine e sdegno. Molte di queste forze negano l’olocausto, molte di queste forze vorrebbero confini chiusi, nuove leggi razziali, usano la violenza. Molte di queste forze sono tremendamente vicine a quel male assoluto, il nazifascismo. 
E’ per questo che noi forze democratiche, nuovi resistenti, antifascisti, dobbiamo stare lontani e allontanare queste derive xenofobe e intolleranti. Allo stesso modo mi inquieta la religione usata come mezzo di persuasione e come sfogo integralista di tensioni mondiali. Noi che abbiamo imparato le lezioni, nelle nostre terre, così come sui libri di storia (finchè non verranno del tutto epurati, in nome di una non ben definibile pacificazione, in un indistinto tutto uguale) non possiamo trovare convivenze, connivenze, territori comuni con forze politiche pericolosamente vicine a posizioni violente, razziste, omofobe. Ritono alla Lega e cito di nuovo uno scambio di opinioni sul notiziario Anpi, in merito alla organizzazione di una iniziativa della lega tenutasi lo scorso 25 aprile. 25 Aprile e razzismo, sono due elementi antitetici. Certo a tutte i partiti deve essere garantita la libertà di espressione ma certe espressioni non sono affatto ammissibili il giorno della Liberazione. Io continuo a provare inquietudine quando sui nostri palchi, il 25 aprile, osservo la presenza della lega. Probabilmente sono conservatore e ideologico, possibile ma allora tutti noi che ci troviamo qui oggi siamo conservatori e ideologici. Allo stesso modo un po’ mi turbo quando, in nome di una vittoria a tutti i costi, in nome del governare a tutti i costi, in nome dell’occupazione di posti di potere a tutti i costi, si accettano alleanze discutibili , sino ad accettare senza alcun imbarazzo (vedi l’ultimo caso delle primarie a Genova) i consensi, i voti, i supporti di forze vicine alla destra, vicine ad ambienti che mantengono un legame con il fascismo, con quel male di cui parlavamo prima. 
E’ vero che oggi c’è la politica dello smartphone, si prendono importanti decisioni con un tweet, c’è il post-ideologico, c’è il populismo digitale, non c’è più destra e sinistra (forse dico io e forse solo in Italia, perchè a quanto pare in altre parti d’Europa la voglia di sinistra pare esserci ancora, vedi proprio oggi il risultato delle elezioni in Grecia). Io mi farei qualche domanda quando il portavoce di un candidato di centrosinistra (ritorno a Genova) è tranquillamente ospite e frequentatore di Casa Pound. La stessa Casa Pound che porta avanti, sotto una fasulla immagine di intellettualità di destra, la trasmissione del male assoluto. La stessa Casa Pound che qualche giorno addietro, grazie ad alcuni suoi adepti ha spaccato la testa ad un attivista di un centro sociale a Cremona. A me, a noi dell’anpi, non interessa affatto avere vicinanze con forze che dagli stadi a internet continuano a fare proselitismo e diffondere rabbia e odio. Allo stesso modo la politica, specialmente quella che si riconosce nel valori dell’Anpi, dovrebbe demarcare una totale lontananza da queste forze di estrema destra. Non c’è nessuna ragione che possa legittimare una vicinanza, un sostegno o addirittura una alleanza, fosse anche per vincere primarie o dispute elettorali. Io continuo a pensare che se scegli una parte, la tua parte è quella, aldilà di scopi personali, al di là di mire espansionistiche, oltre le ambizioni, oltre ai tornaconti, oltre la poltrona. Qualcuno penserà che stia facendo un discorso demagogico e populista, chissà può essere (in verità io non nego la mia esperienza politica, mi è servita per conoscere dal di dentro i meccanismi, meccanismi non sempre ben oliati, non sempre limpidi) il problema è che la politica, la sua mutazione continua, il passare da una parte all’altra con disinvoltura dei politici, la assoluta mancanza di coerenza e coscienza, non sono di sicuro la giusta risposta al populismo e ai demagoghi. La politica si sta facendo male da sola. C’è una insostenibile disinvoltura nel passare da una casacca all’altra, senza porsi alcun scrupolo morale, sembra di essere al mercato calcistico e sembra che la politica si sia trasformata in una sfida tra tifosi disposti a vincere ad ogni costo. Addirittura quello che ci era stato detto essere il nostro avversario più acerrimo, può diventare da un giorno all’altro il nostro più prezioso alleato e può capitare che pur pregiudicato, possa entrare ed uscire da Palazzo Chigi per decidere le sorti del paese e il futuro presidente della Repubblica. Oggi tra le due parti, invece che sceglierne una si preferisce vivacchiare in una indistinta terra di mezzo, è in questo luogo del silenzio che si decide il futuro degli individui, dove si allacciano affari, dove l’economia schiaccia i diritti acquisiti dopo lotte e rivendicazione di cui la resistenza è stato il primo input, la prima luce, la prima scintilla. Quindi oggi siamo qui a celebrare, ma non è che domani ci togliamo il fazzoletto partigiano ed è finita lì, ce ne dimentichiamo. E’ domani che inizia la nostra liberazione, è domani che dobbiamo proseguire sulla strada contrassegnata dai cippi e dai nomi dei nostri partigiani. Il nostro territorio ha bisogno di scegliere una parte, se volete chiamarla legalità, diritti, trasparenza, chiamatela come vi pare ma non è ammissibile alcuna ipocrisia. Qualcuno ha trovato connessioni e nuove forme di resistenza nella lotta alla mafia, bene, si prosegua ma non basta più andare a liberare quelle terre, non basta confiscare territori lontani, perchè ora il territorio da liberare è il nostro. Le infiltrazioni mafiose non sono frutto della intraprendenza e della spregiudicatezza della malavita organizzata, no, sono un cedimento etico e morale delle difese democratiche, sono un abbassarsi del livello di anticorpi sociali, sono sconfitte della pulizia morale della nostra politica. A queste degenerazioni occorre reagire, rimettendo in campo la coscienza. Insomma oggi se siamo qui è perchè non vogliamo essere indifferenti. Tutti, partigiani, nuovi resistenti, associazioni , amministratori, semplici cittadini che devono portare avanti quotidiane lotte di liberazione in ogni ambito, compresa la vita di tutti i giorni, ben consci di sapere che è stata scelta una parte. Chiudo citando un verso di Luigi Tenco, da una sua canzone intitolata “io sono uno” : 
“IO SONO UNO CHE NON NASCONDE LE SUE IDEE, QUESTO E’ VERO, PERCHE’ NON MI PIACCIONO QUELLI CHE VOGLIONO ANDAR D’ACCORDO CON TUTTI E CHE CAMBIANO OGNI VOLTA BANDIERA PER TIRARE A CAMPARE”

Fabrizio Tavernelli
presidente Anpi Correggio

Intervista su “Provincia Exotica” su Blog Spaghidautore

Posted in Nuove, - Provincia Exotica by Taver on the September 26th, 2014

Una nuova intervista sul libro “Provincia Exotica” su spaghidautore.blogspot.it il blog di editoria indipendente Grazie a Chiara Marra 
L’Emilia Paranoica aggiunge una nuova declinazione: è quella di Fabrizio Tavernelli che tra Art Brut e sperimentazioni letterarie come la Bologna del ‘77 che traccia l’imbarbarimento dell’Emilia ai tempi dei tecnovillani. Qui la mia intervista

http://spaghidautore.blogspot.it/2014/09/fabrizio-tavernelli-provincia-exotica.html

406851_177273132371607_163102527122001_299721_1328160157_n.jpg

“Avant o Indietro” su Or Not n.7 (Dicembre 2013 Edizioni Arsprima)

Posted in vari prolassi by Taver on the March 18th, 2014

Contributo scritto per monografia su artista Enrico Pantani. Or Not è una rivista di anomalie contemporanee.

 Or Not 7 – Enrico Pantani

AVANT O INDIETRO?

 

L’avanguardia entra trionfante in paese, le eccellenze locali che si scatenano, opere d’arte sperimentali si affacciano dagli stand della fiera mentre nell’aria effluvi di strutto, gnocco fritto, ciccioli, impestano l’aria e impregnano i vestiti firmati dei pronipoti dei coltivatori diretti. Gallerie d’arte poste come lardini nella mortadella, la marmellata della nonna sulla bancarella del mercatino dei prodotti locali e intorno la marmellata urbanistica che soffoca, che cinge d’assedio, che reclama come foia di prostituta il suo invenduto.

Opere d’arte e mestrui, come quella del tipo che citando Yves Klein, ha costretto la sua morosa a strisciare sulla tela i segni del ciclo, le tracce di vita, dicendo che lui ha superato il suo ispiratore passando dalle “antropometrie” alle “endometrie”. C’è il seguace inconsapevole dell’azionismo viennese che approfittando del trambusto si butta nel recinto mentre è in corso una dimostrazione degli antichi metodi di macellazione del suino. Mentre il maiale viene sgozzato e squartato lui si cosparge di sangue, rotola e incespica nelle budella ancora fumanti e lancia grida in perfetta sincronia con l’animale. Eves invece dice di avere con le persone un atteggiamento “informale” e dunque traendo ispirazione dai tagli di Burri, ha cambiato soggetto e fuggendo dall’angusto spazio della tela ha scelto come supporto il corpo di suo padre… ora sta spiegando i concetti che stanno dietro al suo percorso in un posto chiuso, dove dorme sempre e dove tutti lo guardano in modo strano. Lo spirito imprenditoriale e pragmatico del Signor Bertoldini ha preso spunto dalla merda d’artista in scatola (però nell’etichetta ci ha messo i colori di quell’altro artista, quello di origine polacca con la parrucca di platino), passando al brevetto del letame in scatola pronto all’uso e alla concimazione. L’immissione nel mercato del prodotto è stato un successo nelle frazioni e la richiesta si è fatta pressante da parte di un mezzadro di Budrio che come Bill Burroughs si è messo a sparare alle scatole per fertilizzare i campi. Continuando sul tema della leggendaria intraprendenza della provincia, l’agricoltore “filosofico” Bodrillardi ha trovato al mercatino del riuso un libro di due personaggi, tali Deleuze e Guattari, nomi che gli hanno portato alla mente le gesta di Coppi e Bartali. L’unica cosa che ha capito di quel libro è la parola “rizoma” allora cercando sul vocabolario ha capito che doveva riconsiderare in chiave moderna le coltivazioni dei campi, quindi basta barbabietole, frumento e mais, ma soltanto piante rizomatiche come zenzero, asparago e galanga tailandese. Le pratiche estreme e la “coltura” dell’apocalisse sono giunte nella profonda provincia con gli OGM, le biotecnologie, gli innesti mutanti : Gigi, in occasione della festa del patrono, si è fatto appendere come Stelarc con i ganci di ferro conficcati nella pelle nella cantina dove stagionano salami, cotechini e prosciutti. Sfumatura carnose, cangianti, dal rosa ad uno scuro violaceo che è insieme morte e nutrimento. Visioni che si affacciano da quella casa ormai ridotta a rudere, invasa da erbacce e crepe, come se Fussli avesse dipinto un incubo alla finestra e invece è quel vecchio pazzo con una corona di capelli bianchi, con il corpo nudo e avvizzito da gallina spennata, da coniglio scorticato, dal ventre flaccido e dilatato che sdraiato su un divano ammuffito si sta impalando un asino di pezza consunta con le orecchie all’ingiù. E mentre guardi ipnotizzato, all’improvviso una voce, è quel professore di italiano che è andato in esaurimento nervoso e ora gira come un forsennato per le strade con lo sguardo allucinato e iracondo, falciando chi incontra e imprecando “Ma cosa conta la cultura??!!! Chiavatevi, Chiavateviii!!!”. Espressione ed espressionismo : il volto di Lio risucchiato dagli eventi della vita, quasi una testa rinsecchita dagli ultimi cannibali, un trofeo di zigomi e orbite oculari, un nosferatu da cinema tedesco. Espressioni di sé e del manifestarsi di una natura ormai pervertita : lo chiamano l’arcimboldo perchè se ne va a spasso con due carotine nei buchi del naso, una mela in bocca e pare, ma dico pare, una zucchina in……

Ovolina ha amato lo sfumato leonardesco e la “psuleina” di fiume poi è passato all’illusionistico “sotto in su” di Antonio da Correggio ma mentre andava a Parma per visitare in modo compulsivo la cupola del duomo, si ferma un giorno al night club di Sant’Ilario e così tradisce il rinascimento e il barocco, con le procaci cubiste. Tanto, dice agli amici che gli chiedono del tradimento artistico, se guardi le cubiste è sempre un “sotto in su” e poi ora sono interessato alle avanguardie del 900, il cubismo e di conseguenza le cubiste. Bernardo è la gioia dei grandi e dei piccini, è “l’imperdibile che sollazza l’impensabile senza sosta coi suoi versi mattacchioni”, nelle piazze tutti si fermano mentre lui citando la melodia di yellow submarine ci canta sopra un dialettale “i ov fret in dal tigin” (le uova fritte nel tegamino). Qualche tempo fa l’associazione culturale di arte figurativa ha organizzato una corriera per andare a visitare la mostra “Borderline” a Ravenna che come sottotitolo citava artisti tra normalità e follia, una stanza intera era dedicata ai lavori degli internati del manicomio San Lazzaro di Reggio Emilia, beh, molti dei partecipanti alla gita culturale hanno scoperto di avere parenti leggendo i cartellini in cui si citano autori, data e periodo di permanenza nell’ospedale psichiatrico. Proprio in quel posto era ospitato, Wolmer, un tempo artista promettente che citava le teorie di Achille Bonito Oliva ma presto finito e perso sulla via emilia nei pressi del Marabù a Villa Cella a insegnare la transavanguardia ai transessuali. Un altro critico d’arte che ha fatto il dams ma che ora lavora al reparto ortofrutta della coop (si fa chiamare Philippe Taverio, come quello più famoso ma con una T di differenza nel cognome) ha fatto una lezione d’arte sulla riproducibilità dell’opera d’arte, passando per il disegno industriale e il testo di Dorfles sul kitsch, il soggetto centrale era la serie di bottiglie di Dalì vinte dal papà a briscola al bar negli anni ‘70 che in modo fenomenologico sono riapparse in un pornazzo vintage. Robottino raccoglie i porno per strada, quelli cartacei che si trovano sempre più raramente nei fossi, quasi fossero una specie in via di estinzione da proteggere e così con una ricerca minuziosa compone con strappi e slabbrature, opere alla Mimmo Rotella. Cronenberg direbbe lunga vita alla nuova carne, Robottino dice lunga vita alla mezza carne! Kenny Sharf, Cutrone, arte di frontiera, Rammellzee, panzerismo o trattorismo estremo? Il surrealismo e la scrittura, le pratiche automatiche… “cazzo, Paolo, hai capito male! Non la scrittura automobilistica, no, ho detto la scrittura automatica. Non dovevi scrivere Breton 100 volte mentre eri alla guida del Suv! “. Va beh, ormai non mi puoi più sentire…

Arte per distrarre le fissazioni paranoiche, per cementificare seme negli interstizi della pelle, strutto per pittura materica, la pianura quale paesaggio infuso di forza erotica, luogo di languido disordine. Terra che si fa carne sessuale, membrana, spugnoso tessuto erettile. Terre in cui si compiono rituali neo-pagani, dove si cercano potenti simboli di passaggio, per riavvicinarsi alla vita attraverso il dolore. Baci di fuoco che possano purificare, uomini marchiati per sentire l’intensità della scarificazione. Ora sulla pelle tra i tribali maori, il marchio del Parmigiano Reggiano che brucia come rilievo vulcanico. Rituali estremi e grandguignoleschi, il potlatch, l’amputazione di dita sotto l’affettatrice. Il tipico erbazzone con le foglie di maria e il digestivo con l’ayahuasca. Quanti saturnini e quanta bile nera accertata da gastroscopie sempre più frequenti nella popolazione. Iniuriam tenaces. Quanta malinconia, umore viscido e greve, serpenti che si riproducono nelle acque stagnanti come pensieri maligni che circolano lentamente negli umori torbidi. Saturnini ostinati, affaticati, pensosi, lamentosi, invidiosi, dolenti, di poche parole, ingordi, imbroglioni, superstiziosi, avidi. Portati alla reclusione e ai nemici segreti. Abitanti di una provincia diffusa, pervasiva, desolata, la nuova frontiera del nulla attraversata da assi di scorrimento ad alta velocità, affogata da rotonde e ipermercati, una fine del mondo da attraversare, tra slums della mente, tra le metastasi delle zone industriali ingozzate di campagne abbandonate. Mappe in cui addentrarsi cautamente, con terrore, a proprio rischio. Gite fuori porta e fuori controllo. La decadenza ammantata di nostalgia del bel tempo che fu, degli usi e costumi di una volta, di feste di paese in cui si celebrano i vecchi mestieri ma che si rivelano cartoline rovinate, dagherrotipi dopati.

Alcune cellula impazzite hanno cominciato a costruire tessuti epiteliali per sostituire la pelle ustionata dagli incendi dei grandi eventi markettari d’immagine politico-elettorale. E’ come la marcia dei Troll nella sonnolenta scena arty-party locale. E’ una panoramica sfocata di quello che succede nelle fognature, che scava nelle fondamenta dei progetti faraonici di ponti osceni e vele veleggianti nei mari di letame fertilizzanti. La colonna sonora è fatta di mazurke andate a male, di valzer dissonanti, polke in decomposizione avanzata.

Era dai tempi di Metal Machine Music, degli Stooges, dei Suicide, degli Einsturzende, dei Butthole Surfers che non si sentiva un tale sfoggio di merda rumorosa, di fuffa avanguardista, di sebo urticante. Mentre tutto si disintegra e le tradizioni, il folklore si fanno finti come in una scenografia di cartapesta da film di genere Exotica”, sorge il bisogno del rifare da capo, dell’artigianato surrealista, del caos organizzato, dell’anarchia cialtrona. Nel mutamento antropologico dell’utente, spaesato e sbattuto nei tornado dell’advertising terminale, risorge fiero il “do it yourself”, il fare, nonostante tutto e con estrosa incoscienza. C’è il bisogno di un radicale intervento di altri “Geniali Dilettanti”, di salutare follia capace di incunearsi nel sistema (ironicamente minacciosa), stumpando i buchi, prosperando tra le macerie. Come un guazzabuglio cospirazionista, un Merzbau, una cattedrale della miseria erotica, una reliquia, un’opera che non si potrà mai concludere. L’azione è quella del rilevamento di scorie tossiche, del trashing aleatorio nelle discariche, rifiuti della società e object trouvé, l’arte è quella povera, l’art-brut, l’arte dei devianti, dubuffet e la anti accademia. Crash da ‘hard-disk, mentre qualcuno pasteggia ancora caviale scaduto e uova di lompo inacidite. C’è di nuovo un assoluto e disperato bisogno di ingenuità in odore di santità e devianza . Una sorta di piano-bar da autoanalisi, una seduta di psicanalisi in cui il paziente si innamora della psichiatra, canzoni come macchie di diarrea di un crooner con problemi di protesi dentaria che sfugge dal palato mentre parte l’acuto tenorile. Una raccolta di sempreverdi da cantare sulle rive di un mare totalmente eutrofizzato. Questi momenti di estasi creativa possono essere fulminei, dieci minuti neanche, giusto il tempo per l’autoerotismo o per un aperitivo glamour con bollicine che scoppiano dentro come mine antiuomo. Il miracolo, la moltiplicazioni dei pani e dei pesci, il cammino sulle acque, è tutta qui la scommessa con il destino. Qui si gioca tutto e si rilancia senza ritegno, buttando sul tavolo il capolavoro agognato, il tesoro luccicante sepolto nella grande discarica. Un feticcio unto, grasso, catalizzato, inquinante degno della città raffinate, denso come i fumi dell’Ilva. Qualche punkabbestia intossicato dal metanolo, codeina, valium e sciroppo per la tosse porta sul chiodo la scritta “Sid Vicious non faceva la differenziata”. Le proloco che espongono nelle canoniche scarti, quarti di bue, frattaglie, scolature e deiezioni assortite. L’assessore alla cultura costretto alle dimissioni perchè ha piantato un ready-made alla Duchamp (un cesso come titolato dai giornali locali) in mezzo alla piazza. Quadri che raffigurano campagne corrotte e risonanze industriali, da civiltà in decadenza, alla deriva, come la sazia emilia (un tempo paranoica) oggi definitivamente autistica. E mentre l’obesità psicogena della nostra terra vomita e si tramuta in mortale anoressia da default economico, nei cieli si avvistano le torme di locuste. Sono le piaghe da decubito di un sistema al tramonto, sono le urla e i linguaggi di uno schizofrenico, sono il ritorno al lato selvaggio, quando torneremo a sbranarci e colpirci a suon di ossa femorali per mangiare-bere-copulare, per ri-occupare i territori, per tornare nelle giungle spontanee.

 

Fabrizio Tavernelli

 

Intervista su Blog Blaluca di Luca Gricinella

Posted in Nuove, - Provincia Exotica by Taver on the August 21st, 2012

Blaluca

Musica, cinema e altre culture. Non sempre e solo dalla scrivania.

[Fabrizio Tavernelli: intervista]

lascia un commento »

Provincia Exotica (DellaCella) è una raccolta di racconti brevi in più casi al confine con la poesia e in cui abbondano i giochi di parole. Una visione surreale e postmoderna dell’Emilia-Romagna firmata Fabrizio Tavernelli (1965), originario di Correggio e anche noto come Taver. Un musicista che ha attraversato gli ultimi due decenni senza precludersi la perlustrazione di suoni e ritmi agli antipodi tra di loro. A descrivere questa attitudine ci pensa Massimo Zamboni nella prefazione.
Per questa raccolta narrativa l’ex voce degli Afa prende il titolo da una canzone dell’esperienza musicale che negli anni ‘90 lo ha portato alla ribalta, l’Acid Folk Alleanza (prima accasata alla Sugar poi alla Dischi del Mulo). Si tratta della provincia exotica di “aliti all’aglio e sorrisi startarati”, con locali “mecca di tardone, adulteri, vitelloni di frazione, sposlotte”, “saloon ricostruiti” in cui “l’orchestra Casadei suona un valzer alla Morricone”. La patria dei tecnovillani, che parlano in dialetto con il computer e cantano “il rumore che invase la campagna” ma anche la zona in cui pakistano fa rima con reggiano. Insomma, l’era contemporanea secondo Fabrizio Tavernelli, il cui immaginario non risulterà nuovo agli ascoltatori di En Manque D’Autre e Afa. In mancanza di basi musicali a dare ritmo ai racconti ci pensano i ricorrenti elenchi di umani e luoghi al limite del verosimile. Ho scambiato qualche messaggio con Taver a proposito di questo suo esordio letterario.

Fai parte di una generazione di musicisti italiani che sin dagli esordi ha dato molta importanza alle parole. È una tendenza costante o negli anni in cui gli Afa sono venuti alla ribalta, questa qualità costituiva uno dei trait d’union della scena musicale “alternativa”, a prescindere da generi e intenzioni?
Scrivere, per quanto mi riguarda, è una costante che mi accompagna da sempre. È una pratica meticolosa che può manifestarsi come bisogno urgente, come scrittura automatica, come necessità di buttare giù parole su carta dopo un risveglio, dopo un’esperienza particolare, dopo una visione o una rivelazione. Come un flusso di coscienza ininterrotto. Insieme a questi aspetti però si è aggiunta nel tempo una disciplina dello scrivere, un andare a scovare nel profondo quello che è apparentemente silente. Quello che dici riguardo all’attenzione verso le parole e la scrittura della scena alternativa è vero. In particolare, se penso alla mia generazione, credo sia dovuto a un incontro tra quello che abbiamo assimilato – anche involontariamente – da piccoli: gli ideali e le emancipazioni degli anni ’60, le sperimentazioni dei ’70, i testi dei cantautori. E a questi abbiamo aggiunto, mescolando le avanguardie, i linguaggi del punk e del post-punk e tutto quello di nuovo che si presentava alla nostra curiosità.
A quando risalgono i racconti di Provincia Exotica e che relazione hanno con i testi delle tue canzoni?
Provincia Exotica è una raccolta di scritti sparsi nel tempo. Ho selezionato quelli che comunque avessero come sottotraccia la devianza e lo straniamento della provincia. Parole che avessero scenografie e ambientazioni surreali, di cartapesta, come quelle dei film che parlavano di sperdute isole abitate da selvaggi in armonia con una natura lussureggiante. Una natura e un modello, quello emiliano, che però ora rivelava fratture, crolli, scricchiolii, derive. Non ci sono differenze tra i miei testi e le altre cose che scrivo, parto dal locale per approdare a qualcosa di universale: è come se la quotidianità della provincia nascondesse il morboso, il grottesco, il noir, la fantascienza. Sia nei testi musicali sia in questi scritti, mischio diverse tecniche andando a saccheggiare da scrittori come Burroughs, Ballard, Dick, Vonnegut, prendendo terminologie dal porno, frullando filosofie, storia dell’arte, linguaggio di strada, suoni e orgasmi grafici. Volevo anche finirla con l’epica della Via Emilia e il West virando il tutto su toni e atmosfere lynchiane.
La provincia exotica che racconti è sempre e comunque quella emiliano-romagnola o potrebbe esistere anche ad altre latitudini?
Il tutto funziona un po’ come una stringa o un passaggio tra dimensioni parallele: da un lato c’è l’Emilia con il suo retaggio arcaico, la dipendenza dal letame, le porcilaie, l’agricoltura intensiva, l’ardore, il liscio, le lunaticità del grande fiume ma dall’altro c’è l’irruzione, l’invasione della tecnologia, del digitale, delle macchine, c’è il mercato globale, la grande distribuzione, la meccanotronica, il brand, i logo, la globalizzazione che hanno fatto dell’Emilia, così come di qualsiasi angolo sperduto del mondo, un tutto unico e indistinguibile. Forse l’unica peculiarità è che nella perdita, nello sradicamento, nella deriva, nell’agonia, i rantoli, i gesti estremi, le imprecazioni esprimono le ultime disperate urla in gergo dialettale.
Ci sono colleghi musicisti passati alla narrativa i cui romanzi e racconti ti sembrano validi?
Non ho letto molto ma ricordo con piacere uno scambio alla pari (un mio cd per un suo libro) con Emidio Clementi in occasione di una comune partecipazione a un programma Rai di metà anni ’90. Il libro era Gara di resistenza (Ed. Gamberetti, 1997 ndr): l’ho apprezzato e trovato in linea con i suoi testi letterari e il suo reading musicale. Mi piace chi segue una sua poetica pur passando dalla musica al racconto, con coerenza, qualità che ritrovo nei libri di Massimo Zamboni. Resto poi sempre in trepida attesa di un libro di Fausto Rossi.

Provincia Exotica su Prima Pagina

Posted in Nuove, - Provincia Exotica by Taver on the July 27th, 2012

Next Page »