Intervista su Blog Blaluca di Luca Gricinella
Blaluca
Musica, cinema e altre culture. Non sempre e solo dalla scrivania.
[Fabrizio Tavernelli: intervista]
Provincia Exotica (DellaCella) è una raccolta di racconti brevi in più casi al confine con la poesia e in cui abbondano i giochi di parole. Una visione surreale e postmoderna dell’Emilia-Romagna firmata Fabrizio Tavernelli (1965), originario di Correggio e anche noto come Taver. Un musicista che ha attraversato gli ultimi due decenni senza precludersi la perlustrazione di suoni e ritmi agli antipodi tra di loro. A descrivere questa attitudine ci pensa Massimo Zamboni nella prefazione.
Per questa raccolta narrativa l’ex voce degli Afa prende il titolo da una canzone dell’esperienza musicale che negli anni ‘90 lo ha portato alla ribalta, l’Acid Folk Alleanza (prima accasata alla Sugar poi alla Dischi del Mulo). Si tratta della provincia exotica di “aliti all’aglio e sorrisi startarati”, con locali “mecca di tardone, adulteri, vitelloni di frazione, sposlotte”, “saloon ricostruiti” in cui “l’orchestra Casadei suona un valzer alla Morricone”. La patria dei tecnovillani, che parlano in dialetto con il computer e cantano “il rumore che invase la campagna” ma anche la zona in cui pakistano fa rima con reggiano. Insomma, l’era contemporanea secondo Fabrizio Tavernelli, il cui immaginario non risulterà nuovo agli ascoltatori di En Manque D’Autre e Afa. In mancanza di basi musicali a dare ritmo ai racconti ci pensano i ricorrenti elenchi di umani e luoghi al limite del verosimile. Ho scambiato qualche messaggio con Taver a proposito di questo suo esordio letterario.
Fai parte di una generazione di musicisti italiani che sin dagli esordi ha dato molta importanza alle parole. È una tendenza costante o negli anni in cui gli Afa sono venuti alla ribalta, questa qualità costituiva uno dei trait d’union della scena musicale “alternativa”, a prescindere da generi e intenzioni?
Scrivere, per quanto mi riguarda, è una costante che mi accompagna da sempre. È una pratica meticolosa che può manifestarsi come bisogno urgente, come scrittura automatica, come necessità di buttare giù parole su carta dopo un risveglio, dopo un’esperienza particolare, dopo una visione o una rivelazione. Come un flusso di coscienza ininterrotto. Insieme a questi aspetti però si è aggiunta nel tempo una disciplina dello scrivere, un andare a scovare nel profondo quello che è apparentemente silente. Quello che dici riguardo all’attenzione verso le parole e la scrittura della scena alternativa è vero. In particolare, se penso alla mia generazione, credo sia dovuto a un incontro tra quello che abbiamo assimilato – anche involontariamente – da piccoli: gli ideali e le emancipazioni degli anni ’60, le sperimentazioni dei ’70, i testi dei cantautori. E a questi abbiamo aggiunto, mescolando le avanguardie, i linguaggi del punk e del post-punk e tutto quello di nuovo che si presentava alla nostra curiosità.
A quando risalgono i racconti di Provincia Exotica e che relazione hanno con i testi delle tue canzoni?
Provincia Exotica è una raccolta di scritti sparsi nel tempo. Ho selezionato quelli che comunque avessero come sottotraccia la devianza e lo straniamento della provincia. Parole che avessero scenografie e ambientazioni surreali, di cartapesta, come quelle dei film che parlavano di sperdute isole abitate da selvaggi in armonia con una natura lussureggiante. Una natura e un modello, quello emiliano, che però ora rivelava fratture, crolli, scricchiolii, derive. Non ci sono differenze tra i miei testi e le altre cose che scrivo, parto dal locale per approdare a qualcosa di universale: è come se la quotidianità della provincia nascondesse il morboso, il grottesco, il noir, la fantascienza. Sia nei testi musicali sia in questi scritti, mischio diverse tecniche andando a saccheggiare da scrittori come Burroughs, Ballard, Dick, Vonnegut, prendendo terminologie dal porno, frullando filosofie, storia dell’arte, linguaggio di strada, suoni e orgasmi grafici. Volevo anche finirla con l’epica della Via Emilia e il West virando il tutto su toni e atmosfere lynchiane.
La provincia exotica che racconti è sempre e comunque quella emiliano-romagnola o potrebbe esistere anche ad altre latitudini?
Il tutto funziona un po’ come una stringa o un passaggio tra dimensioni parallele: da un lato c’è l’Emilia con il suo retaggio arcaico, la dipendenza dal letame, le porcilaie, l’agricoltura intensiva, l’ardore, il liscio, le lunaticità del grande fiume ma dall’altro c’è l’irruzione, l’invasione della tecnologia, del digitale, delle macchine, c’è il mercato globale, la grande distribuzione, la meccanotronica, il brand, i logo, la globalizzazione che hanno fatto dell’Emilia, così come di qualsiasi angolo sperduto del mondo, un tutto unico e indistinguibile. Forse l’unica peculiarità è che nella perdita, nello sradicamento, nella deriva, nell’agonia, i rantoli, i gesti estremi, le imprecazioni esprimono le ultime disperate urla in gergo dialettale.
Ci sono colleghi musicisti passati alla narrativa i cui romanzi e racconti ti sembrano validi?
Non ho letto molto ma ricordo con piacere uno scambio alla pari (un mio cd per un suo libro) con Emidio Clementi in occasione di una comune partecipazione a un programma Rai di metà anni ’90. Il libro era Gara di resistenza (Ed. Gamberetti, 1997 ndr): l’ho apprezzato e trovato in linea con i suoi testi letterari e il suo reading musicale. Mi piace chi segue una sua poetica pur passando dalla musica al racconto, con coerenza, qualità che ritrovo nei libri di Massimo Zamboni. Resto poi sempre in trepida attesa di un libro di Fausto Rossi.
Recensione Provincia Exotica su Modena Today
Libri: il declino del “sogno emiliano” in “
Provincia Exotica”
Un felice esordio per la casa editrice modenese Della Cella: con questa sua nuova fatica letteraria, l’autore reggiano Fabrizio Tavernelli mette a nudo la fine dell’utopia emiliana
DECLINO - Un libro, a suo modo, di denuncia, capace di evidenziare quelle imperfezioni che affiorano alla finestra del circostante, sbattendoti in faccia il declino di ideali e utopie di un modello, quello emiliano, che frana sotto il peso dei suoi stessi simboli. Il crollo di quella antica sapienza contadina, che forse non è mai esistita «perché ormai - si legge nel capitolo “L’insostenibile tenerezza del ricco”, forse il più colto dal punto di vista stilistico - anche le menti, gli istinti degli abitanti delle campagne erano un delirio di mostruosità, di false concezioni del mondo, una prepotente e arrogante foga di sfruttamento dei doni della natura”. Ma c’è un’altro punto cardine di questo lavoro editoriale, che si consuma nell’incontro tra gli italiani e gli stranieri che abitano le nostre terre. “Con la sharia reggo la tua economia” si legge nel capitolo “Pakistano reggiano”, come ad evidenziare come sia proprio il lavoro dei nuovi italiani a reggere produzioni tipicamente locali, come ad esempio il parmigiano reggiano; perché “dal Po alla via Emilia, mi sembra il Pakistan, l’India. Pakistan reggiano Pakistan”.
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Intervista su Remark
Provincia exotica
Il libro d’esordio di Fabrizio Tavernelli, musicista, produttore, per la prima volta scrittore; una raccolta di aneddoti, incontri, storie, sulle strade della provincia emiliana.
Fabrizio Tavernelli è l’incarnazione della creatività, un artista dalle mille risorse, che ama sperimentare, stupire, confrontarsi. Già frontman degli En Manque D’Autre e dei leggendari AFA (Acid Folk Alleanza), è cantante, produttore, musicista, dj e ora scrittore. In verità Tavernelli, per gli amici Taver, correggese classe ’65, è da sempre una buona penna, che ha dato i natali, per altro, non solo ai testi dei suoi pezzi (non ultimo il disco ‘Oggetti del Desiderio’ prodotto dal suo Scafandro) ma anche al bellissimo e curatissimo libro ‘Correggio Mon Amour’. Musicalmente parlando, gli AFA, hanno sicuramente rappresentato la sua più importante vicenda artistica, che fece eco in tutta la nostra penisola. Passando da mamma RAI ai più grandi locali italiani. E non a caso, il titolo del suo primo libro ‘Provincia EXOTICA’ (DELLACELLA) riprenda il titolo di un brano degli AFA del 1996, contenuto in ‘Nomade Psichico’. Il libro vede una prefazione di Massimo Zamboni, mentre la copertina è affidata a Robert Rebotti. Tavernelli raccoglie così, per la prima volta in un libro, i suoi racconti: ‘un viaggio surreale e utopico –come lo definisce lui-in una provincia abitata da una fauna fremente e selvatica’. E’ finita l’era del connubbio tra la Via Emilia e il West “oggi la provincia reggiana è animata da banali rituali e da una fauna alla deriva”
Come nasce l’idea di scrivere questo libro? Solo due anni fa finivi il lavoro con Correggio Mon Amour… Avevi altro materiale nel cassetto?
Diciamo che la pratica dello scrivere mi coinvolge da sempre, insieme allo scrivere canzoni ho sempre riportato su carta mie impressioni, visioni, esperienze o più spesso flussi automatici, reportage di situazioni particolari, resoconti ipnagogici, diari di viaggio alterati. Mi interessa trasfigurare il mio quotidiano, osservare da un’altra ottica scovando il surreale, il grottesco, l’inquieto che si agita nella apparente calma della bassa emiliana.
Di alcune realtà della nostra terra ne canti anche con il tuo gruppo, Babel. Mi riferisco ad esempio al capitolo ‘Pakistano Reggiano’, canzone appunto di questo tuo progetto
“Provincia Exotica” prende ispirazione da una estetica, una fascinazione, un genere nato negli anni ’50 che rappresentava in musica, cinema, design, mondi esotici, lussureggianti, paradisi perduti, il tutto però era finto, costruito con scenari di cartapesta, era una accozzaglia di visioni del buon selvaggio immerso in una altrettanto posticcia natura selvaggia. ecco questi sono gli scenari della nostra fremente provincia animata da banali rituali e da una fauna alla deriva. L’esotismo forzoso è dato dalla convivenza di specie autoctone ed allogene che si confrontano, si mescolano, spesso si scontrano. Mi piace lo spaesamento, il decontestualizzato, il dolce franare dei famosi “usi e costumi” locali. Trovare un pò di India o Pakistan nelle nostre terre è un effetto straniante, che mette positivamente in dubbio le nostre certezze arcaiche e poi non dimentichiamo che anche i nostri prodotti tipici e pregnanti, come il “parmigiano reggiano” e catena di produzione (allevamenti) sono garantiti dal lavoro dei nuovi cittadini reggiani. i casari con il turbante!
Sei il presidente dell’Anpi di Correggio. In Provincia Exotica parli di una fauna ‘fremente e selvatica’ Dove sono finite le persone che posseggono quegli ideali e quel nobile coraggio che i partigiani avevano? Si stanno davvero estinguendo?
Non vorrei sembrare un figlio ingrato. Mi ritengo fortunato nell’essere cresciuto in questa terra, in questa regione. Anche dal punto di vista artistico ho sicuramente avuto diversi stimoli e possibilità. Ma il compito degli artisti è anche quello di segnalare i pericoli e le derive, di raccontare gli scricchiolii, le crepe e le voragini che si aprono nel territorio e nella società. In questo momento mi sento di dire che il modello emiliano dopo aver vissuto per tanto tempo sugli allori, è in una fase decadente, quasi di abbandono di ideali e utopie. Probabilmente l’efficientismo e il pragmatismo sono diventati l’unico credo a discapito della cultura, della politica. Gli affari della mafia qui da noi sono un segnale esplicito, ma aggiungerei anche la disattesa laicità, il presunto riformismo che spesso spaccia come modernità l’accantonamento di diritti e conquiste portate avanti dalle generazioni che ci hanno preceduto. Allo stesso modo tutta l’epica, la poeticità, la peculiarità emiliana si ritrova seppellita dall’andazzo generale. É la fine dell’epopea “dalla via emilia al west” e dopo anni mi viene da dire che i CCCP (oserei dire anche i miei primi progetti musicali En Manque D’Autre e AFA) avevano già intravisto questo franare del modello emiliano con tutti i suoi simboli.
Riferendomi al capitolo ‘Il Ponte di Calatrava’ me lo sono chiesta anche io, cosa rimarrà di noi tra 100 anni? Ma forse una bella opera architettonica non ci renderà un pò di giustizia?
Il famoso Ponte di Calatrava è un urlo di onnipotenza e magniloquenza, eretto sul nulla, sul deserto esistenziale. E’ una parabola che frana sui cammini dei nuovi penitenti, sui macilenti calvari dei lebbrosi dell’economia. E’ l’oscena volta nel cielo sotto cui si muovono i TIR carichi di obsoleti manufatti dell’occidente in recessione. Aldilà delle parabole e metafore, parlare del ponte di calatrava è un pretesto per descrivere un modo di fare ed erigere che si basa sempre più su creare eventi, sul marketing d’immagine, sulle grandi opere, su operazioni di strategia politica, mentre contemporaneamente si abbandona, si delega, si taglia sulla cultura e sulle opere di ingegneria di sopravivvenza.
E la musica, il suo valore, la sua bellezza… dove andrà a finire in questa Provincia Exotica? Troverà nuove contaminazioni o verrà inghiottita su queste strade che tu definisci ‘perdute lynchiane’?
La trasmissione di cultura, di storie, di merci ha viaggiato attraverso due vie di scorrimento : il Po e la Via Emilia. Oggi il Po è invaso da Pirati Fluviali che saccheggiano le acque depredando i grossi pesci siluri per sfamare le lontane corti dell’est, mentre è da tempo finita l’epica e l’epopea nata tra la via emilia e il west. Dunque anche noi oggi siamo formattati, format-dipendenti, iper-connessi ma isolati nel nostro rassicurante bozzolo. La musica è rètro, ingozzata di cover e tributi, i locali chiudono, la curiosità è una caratteristica messa in seria discussione. Fossero le strade perdute di David Lynch ci porterebbero verso territori morbosi ma tutto sommato interessanti, invece le nostre sono ormai strade piene di rotonde e assi di scorrimento che portano alle zone industriali e alle fabbriche dismesse.
Intervista di Gloria Annovi
Fabrizio Tavernelli “Provincia Exotica” 2012 DellaCella Editore

Un libro che racconta la fine di un’epopea, che celebra la defunta epica tra la Via Emilia e il West per deviare sulle strade perdute lynchiane. Un reportage di antropologia corrotta, un manualetto di etologia sconclusionata che studia l’impattare di specie autoctone e allogene. Un trattatello sulle manifestazioni del Neo-Gotico Correggese, una autopsia sul corpo decomposto del modello emiliano. Un’ opera di fantacasearia catastrofica sulle crepe e le voragini del territorio. Un porno-gonzo sull’osceno inarcarsi del Ponte di Calatrava. Una cronaca della mutazione: dalla bonaria surrealtà padana alla morbosa patologia. Questo vademecum prende le mosse dalle visioni trasfigurate degli En Manque D’Autre e degli AFA, per inoltrarsi in un viaggio utopico in una provincia posticcia abitata da una fauna fremente e selvatica.
Prefazione di Massimo Zamboni
Copertina di Robert Rebotti
In vendita nelle librerie dislocate nella zona di contaminazione della Afta Epizotica
… LIBRERIA Moby Dick
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Correggio (Reggio Emilia)
LIBRERIA Nuova Tarantola)
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Intervento su Blog Remark
MICRO-MACRO
Potrei iniziare questo intervento in progress, parlando dei beati anni ‘90, decade in cui effettivamente, musicalmente parlando, tutto pareva ancora possibile. O ancora meglio avrei potuto ricordare gli anni ‘80 (e pure una parte del declinare dei ‘70) visto che lì è fissata la mia adolescenza e gioventù. Se poi penso che, essendo stato infante negli anni ‘60 e che sicuramente qualche subliminale di quello spirito e di quei suoni da qualche parte della mente alberga, avrei potuto fare un bel raccontino sul crescere con la musica…… e invece il tema scottante è oggi la sopravvivenza della musica e la sopravvivenza con la musica. Il presente è sconcertante, spesso disarmante e disarmato, arduo da affrontare, spesso da scalare senza alcuna protezione, più che mai da capire.
Occorre inoltre fare una premessa, per evitare la parte del vecchio bolso, del moralista snob, o peggio del nostalgico, accidioso, passatista: che una opinione oggi concorre con visioni allo stesso modo valide, oggettive, riscontrabili. Esiste una verità malferma, pronta a tramutarsi nel suo esatto contrario e questo crea incertezza, spaesamento, difficoltà d’azione. Un po’ come le musiche, le tendenze, gli stili che in questi famigerati anni zero (formula ormai markettara) sono tutto e il contrario di tutto. Musiche che paiono galleggiare, un suono che contraddice l’altro, elementi che si mescolano in un vortice temporale dove convivono le armonie vocali dei Beach Boys/Van Dyke Parks e i click’n'cut digitali, dove riaffiora la no-wave newyorkese e il folk pastorale, dove torna il songwriting d’autore e l’urgenza combat delle favelas globali, dove si citano gli anni ‘50, i crooner, le torch songs e nel mese successivo la psichedelia, il rhythm’n'blues originario e quello dei nuovi produttori delle charts americane. Una babele di linguaggi che si sovrappongono in una costruzione vociante che somma piano su piano una torre instabile fatta di nicchie, anfratti, cubicoli. Piccoli spazi che nel breve periodo franano e che vengono sostituiti da nuove edificazioni. Edificazioni in cui trendsetter e giornalisti glamour ricavano altri luoghi, piccole stanze, miniappartamenti: torna il folk, che però nell’immediato si divide in weird, psych, doom, tronic etc. Non si fa in tempo a decifrare i segnali d’interpretazione che è il turno di giravolte percettive e allora ecco lo shoegaze, che si apparenta con l’indietronica, ma pure il dubstep, ci sono brani che sanno di classico con nuove figure umane, ma ci sono produzioni che nascondono gli artefici e che si concentrano sulla vita propria del suono che ci circonda, naturale o artificiale che sia (field-recordings, found sounds, glitch, 8bit music, neo-ambient). In queste mescole e giustapposizioni, intervengono ulteriormente i revival (parola che fa pensare al liscio e alle musiche popolari… ma a volte vien da pensare che sonic youth, nick cave, devo, talking heads, sono per noi come i casadei per i nostri nonni…) il citazionismo colto o incolto, apocalittico o integrato, trash o camp : la italo disco, che si imparenta con la nu-disco, con il balearic, che però può prendere una rotta cosmica andando a impattare con il kraut dei corrieri cosmici. Se però facciamo ritorno sul pianeta terra è un gran citare la forma primigenia, ovvero il blues: quello più arcaico e roots, quello desertico del mali, quello imbastardito di indies explosion, quello costruito sui campioni e trasposto sul computer. E’ un continuo rimasticare, rimangiare, assimilare e digerire (o mal digerire) i ‘60, ‘70, ‘80, ‘90, un po’ come i buffet delle grandi vernici o come i buffet della cucina internazionale degli hotel e dei villaggi vacanze in bella mostra nelle località più esotiche.
Barocco e Minimal, Nouvelle e Tradizionale, Fusion e Macro. Micro-Macro: la scena reggiana ora che tutto accade ovunque e comunque, in tempo reale o con leggera sfasatura satellitare, stordita da jet-lag o arrossata da esposizione da social network, non si discosta dunque dagli scenari in cartapesta appena disegnati. Anche nella provincia reggiana si dislocano sul territorio nicchie e enclave soniche, scene alternative e mainstream. Il filone che prende il suo via dal ceppo CCCP, il filone rock italiano del ceppo Ligabue, il filone pop-soul Zuccheroso, il ceppo post-rock, post-metal, post-punk (quello sperimentale e quello alla MTV), l’emo, i tecnicismi funky-jazz-fusion, la rilettura del folk, l’hip-hop, il neo-prog, la dance made in reggio con apice Benassi e l’elettronica made in Maffia. Tanti nomi e tanti punti di vista che farebbero pensare ad una costante e assidua vivacità, una conferma insomma di quello che si è sempre detto e pensato della nostra provincia, ma che sottotraccia nasconde qualche problema di solidità, che fa intravedere elementi di instabilità, che trema e scricchiola mentre compaiono crepe sempre più profonde. Ammetto di non essere capillarmente irrorato e informato, non bazzico più tanto nei boschi alla ricerca di prodotti di stagione e non so del tutto cosa si agita nel sottobosco reggiano. Ma grazie ai concorsi per le giovani band che ho seguito negli anni come giurato, come tutor o semplice interessato, grazie alla possibilità di poter ancora calcare qualche palco che in fondo rimane l’osservatorio più importante e il luogo di massimo confronto, qualche segnale mi è giunto, qualche prospettiva si è stagliata sullo sfondo, qualche informazione è trapelata. Se dunque mi baso su questi input e sulle sensazioni nemmeno troppo meditate devo dire che la situazione non è allettante e le previsioni per ora appaiono offuscate. Certo è vero che i pessimisti sono in realtà i migliori ottimisti, quelli che appurato un negativo stato delle cose si approntano in un modo o nell’altro a ribaltarlo, si ingegnano per trovare vie d’uscita, riscatto, orgoglio. Dunque questo pessimismo cosmico-ostico-autistico-localistico va preso come un incentivo, come un campanello d’allarme, come un “risvegliamoci tutti” dal torpore prima che sia troppo tardi. Questo è una testimonianza di una spedizione alla ricerca dell’oro, di civiltà nascoste, viaggi immaginari forse, potete credere o non credere, snobbare o prendere in seria considerazione. Ho provato a setacciare la grana, la sabbia, il limo del grande fiume, ma poco è rimasto, ben poco mi è apparso luccicante e capzioso. Se escludiamo i grandi successi commerciali di gente come Ligabue-Zucchero-Nomadi-Spagna-etc, se escludiamo la scuderia de I Dischi del Mulo (CSI, Ustmamò,AFA…), gli ultimi episodi di rilievo nazionale sono stati i Giardini di Mirò e relativo entourage, l’exploit pop de Il Nucleo, i progetti fuoriusciti dai desaparecidos del Maffia, il socialismo tascabile degli Offlaga Disco Pax e poco altro. Dopodichè le luci si sono un po’ spente intorno e c’è stato un dilagare di cover, tribute band, locali e circoli che si sono adattati per sopravvivere al nuovo clima, forse qualche gestore si è pure approfittato per puro calcolo. Non si può negare che nel frattempo un indecente momento politico-sociale italiano ha del tutto tarpato le ali alla creatività, all’intraprendenza, alla crescita. Il musicista, l’operatore culturale, come il ricercatore, come chi lavora in teatro, come chi fa cinema… la deriva culturale che sta investendo il nostro(?) paese è sempre più profonda, lo strabordare di reality, format, vippismi d’arrembaggio, ipocrisie e oscurantismi vari, hanno puntato le luci sulla confezione del prodotto più che sulla bontà del prodotto stesso. Sono poi sorte nuove burocrazie, tecnicismi, cavilli, divieti e proibizioni che hanno reso impossibile e controproducente organizzare, proporre, osare o lanciarsi in avventure artistiche. Reggio non appare immune a questa infezione che ha indebolito le difese culturali, anche qui imperano i nuovi usi e costumi italici con annessi e connessi. La curiosità e il coraggio hanno ricevuto una bella mazzata dai Signori dei Media, da addetti al settore sempre più pavidi, dal populismo culturale. Da quanto tempo vediamo i PR delle discoteche coinvolti nelle decisioni sulle politiche culturali di partiti e amministrazioni? Quanto è misurabile lo strapotere delle Organization che sempre più occupano, colonizzano e trasformano i luoghi dove poco prima si tenevano concerti? Quali radio effettivamente alternative ai network? Da quanto assistiamo alla chiusura di locali tra il silenzio e l’inermità della città? Intanto vediamo gli ipermercati affollati per i vari tronisti, amici della de filippi, isolani famosi: SIGN OF THE TIMES. Segni malauguranti, tempi sfregiati, strabordare e dilagare che tutto copre e tutto appiana dal macro al micro, dal global al local. Forse proprio questo ambiente ormai ostile, sbraitante, delirante porta al rinchiudersi a riccio in nicchie rassicuranti, protette dalla rete, riserve indiane o blog ultraspecialistici, massonerie d’avanguardia, ma quanto di questa carboneria ragionante influisce sui meccanismi del quotidiano, quanto influenza le politiche culturali di una città, quanto fa scena e quanto è osceno? Epifenomeno o Ipofenomeno? Cosa appare? Trasferirsi definitivamente sulla rete? Trasferirsi all’estero? O prendere pesci in faccia da un pubblico lobotomizzato? Meglio una sconfitta con onore, annunciata e accettata, o meglio una resistenza disperata? Arrendersi al fascismo culturale e allo sbraitare dei cantori del nulla, al fascismo del silenzio ancora più mortificante? Concedere vittoria a canzoni melense e grandi bastardi o ritornare a combattere sui palchi con watt, parole e idee? Io sono per la sfida e la lotta a oltranza, per il mimetismo, per le strategie e la guerriglia, sono per il risveglio delle cellule dormienti…… nei quartieri di Reggio città, così come nella bassa, sulle rive del Po e sui crinali d’appennino.
Meglio il martirio in nome della libertà delle sette notte piuttosto che il marchio infamante della X (Factor).
Fabrizio Tavernelli
Fabrizio Tavernelli. Cantante, musicista, produttore, dj, equilibrista esistenziale. Agisce da diverso tempo nella scena nazionale della contaminazione musicale, adottando questa formula come pretesto in cui inglobare qualsiasi influenza, qualsiasi incrocio tra diverse discipline. Dopo aver animato la locale attività musicale reggiana fonda nel 1987 “En Manque D’Autre” surreale combo free-polka con il quale incide quattro album autoprodotti ( “I nuovi arricchiti”, “Cianciulli”, “Noi siamo i tecnovillani”, “Folk Acido”) distribuiti da varie etichette indipendenti. Nel frattempo inizia l’attività di dj in radio specializzate come Studiosei e Mondoradio. Nel 1993 l’incontro con Massimo Zamboni e Giovanni Ferretti (ex CCCP) da inizio alla collaborazione con “I Dischi del Mulo”, nascono gli Acid Folk Alleanza successivamente denominati AFA. Il ‘95 vede il passaggio al neonato Consorzio Produttori Indipendenti. Tra i vari progetti di Tavernelli troviamo anche i Groove Safari (2001), Roots Connection (2002) e il progetto elettronico “Ajello”. Nel 2010 nasce invece il nuovo progetto di world music elettronica “Babel”. Nell’inverno 2010 Tavernelli crea una nuova etichetta discografica “Lo Scafandro” ed esce con un nuovo album solista dal titolo “Oggetti del Desiderio”.
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