Fabrizio Tavernelli


“Avant o Indietro” su Or Not n.7 (Dicembre 2013 Edizioni Arsprima)

Posted in vari prolassi by Taver on the March 18th, 2014

Contributo scritto per monografia su artista Enrico Pantani. Or Not è una rivista di anomalie contemporanee.

 Or Not 7 – Enrico Pantani

AVANT O INDIETRO?

 

L’avanguardia entra trionfante in paese, le eccellenze locali che si scatenano, opere d’arte sperimentali si affacciano dagli stand della fiera mentre nell’aria effluvi di strutto, gnocco fritto, ciccioli, impestano l’aria e impregnano i vestiti firmati dei pronipoti dei coltivatori diretti. Gallerie d’arte poste come lardini nella mortadella, la marmellata della nonna sulla bancarella del mercatino dei prodotti locali e intorno la marmellata urbanistica che soffoca, che cinge d’assedio, che reclama come foia di prostituta il suo invenduto.

Opere d’arte e mestrui, come quella del tipo che citando Yves Klein, ha costretto la sua morosa a strisciare sulla tela i segni del ciclo, le tracce di vita, dicendo che lui ha superato il suo ispiratore passando dalle “antropometrie” alle “endometrie”. C’è il seguace inconsapevole dell’azionismo viennese che approfittando del trambusto si butta nel recinto mentre è in corso una dimostrazione degli antichi metodi di macellazione del suino. Mentre il maiale viene sgozzato e squartato lui si cosparge di sangue, rotola e incespica nelle budella ancora fumanti e lancia grida in perfetta sincronia con l’animale. Eves invece dice di avere con le persone un atteggiamento “informale” e dunque traendo ispirazione dai tagli di Burri, ha cambiato soggetto e fuggendo dall’angusto spazio della tela ha scelto come supporto il corpo di suo padre… ora sta spiegando i concetti che stanno dietro al suo percorso in un posto chiuso, dove dorme sempre e dove tutti lo guardano in modo strano. Lo spirito imprenditoriale e pragmatico del Signor Bertoldini ha preso spunto dalla merda d’artista in scatola (però nell’etichetta ci ha messo i colori di quell’altro artista, quello di origine polacca con la parrucca di platino), passando al brevetto del letame in scatola pronto all’uso e alla concimazione. L’immissione nel mercato del prodotto è stato un successo nelle frazioni e la richiesta si è fatta pressante da parte di un mezzadro di Budrio che come Bill Burroughs si è messo a sparare alle scatole per fertilizzare i campi. Continuando sul tema della leggendaria intraprendenza della provincia, l’agricoltore “filosofico” Bodrillardi ha trovato al mercatino del riuso un libro di due personaggi, tali Deleuze e Guattari, nomi che gli hanno portato alla mente le gesta di Coppi e Bartali. L’unica cosa che ha capito di quel libro è la parola “rizoma” allora cercando sul vocabolario ha capito che doveva riconsiderare in chiave moderna le coltivazioni dei campi, quindi basta barbabietole, frumento e mais, ma soltanto piante rizomatiche come zenzero, asparago e galanga tailandese. Le pratiche estreme e la “coltura” dell’apocalisse sono giunte nella profonda provincia con gli OGM, le biotecnologie, gli innesti mutanti : Gigi, in occasione della festa del patrono, si è fatto appendere come Stelarc con i ganci di ferro conficcati nella pelle nella cantina dove stagionano salami, cotechini e prosciutti. Sfumatura carnose, cangianti, dal rosa ad uno scuro violaceo che è insieme morte e nutrimento. Visioni che si affacciano da quella casa ormai ridotta a rudere, invasa da erbacce e crepe, come se Fussli avesse dipinto un incubo alla finestra e invece è quel vecchio pazzo con una corona di capelli bianchi, con il corpo nudo e avvizzito da gallina spennata, da coniglio scorticato, dal ventre flaccido e dilatato che sdraiato su un divano ammuffito si sta impalando un asino di pezza consunta con le orecchie all’ingiù. E mentre guardi ipnotizzato, all’improvviso una voce, è quel professore di italiano che è andato in esaurimento nervoso e ora gira come un forsennato per le strade con lo sguardo allucinato e iracondo, falciando chi incontra e imprecando “Ma cosa conta la cultura??!!! Chiavatevi, Chiavateviii!!!”. Espressione ed espressionismo : il volto di Lio risucchiato dagli eventi della vita, quasi una testa rinsecchita dagli ultimi cannibali, un trofeo di zigomi e orbite oculari, un nosferatu da cinema tedesco. Espressioni di sé e del manifestarsi di una natura ormai pervertita : lo chiamano l’arcimboldo perchè se ne va a spasso con due carotine nei buchi del naso, una mela in bocca e pare, ma dico pare, una zucchina in……

Ovolina ha amato lo sfumato leonardesco e la “psuleina” di fiume poi è passato all’illusionistico “sotto in su” di Antonio da Correggio ma mentre andava a Parma per visitare in modo compulsivo la cupola del duomo, si ferma un giorno al night club di Sant’Ilario e così tradisce il rinascimento e il barocco, con le procaci cubiste. Tanto, dice agli amici che gli chiedono del tradimento artistico, se guardi le cubiste è sempre un “sotto in su” e poi ora sono interessato alle avanguardie del 900, il cubismo e di conseguenza le cubiste. Bernardo è la gioia dei grandi e dei piccini, è “l’imperdibile che sollazza l’impensabile senza sosta coi suoi versi mattacchioni”, nelle piazze tutti si fermano mentre lui citando la melodia di yellow submarine ci canta sopra un dialettale “i ov fret in dal tigin” (le uova fritte nel tegamino). Qualche tempo fa l’associazione culturale di arte figurativa ha organizzato una corriera per andare a visitare la mostra “Borderline” a Ravenna che come sottotitolo citava artisti tra normalità e follia, una stanza intera era dedicata ai lavori degli internati del manicomio San Lazzaro di Reggio Emilia, beh, molti dei partecipanti alla gita culturale hanno scoperto di avere parenti leggendo i cartellini in cui si citano autori, data e periodo di permanenza nell’ospedale psichiatrico. Proprio in quel posto era ospitato, Wolmer, un tempo artista promettente che citava le teorie di Achille Bonito Oliva ma presto finito e perso sulla via emilia nei pressi del Marabù a Villa Cella a insegnare la transavanguardia ai transessuali. Un altro critico d’arte che ha fatto il dams ma che ora lavora al reparto ortofrutta della coop (si fa chiamare Philippe Taverio, come quello più famoso ma con una T di differenza nel cognome) ha fatto una lezione d’arte sulla riproducibilità dell’opera d’arte, passando per il disegno industriale e il testo di Dorfles sul kitsch, il soggetto centrale era la serie di bottiglie di Dalì vinte dal papà a briscola al bar negli anni ‘70 che in modo fenomenologico sono riapparse in un pornazzo vintage. Robottino raccoglie i porno per strada, quelli cartacei che si trovano sempre più raramente nei fossi, quasi fossero una specie in via di estinzione da proteggere e così con una ricerca minuziosa compone con strappi e slabbrature, opere alla Mimmo Rotella. Cronenberg direbbe lunga vita alla nuova carne, Robottino dice lunga vita alla mezza carne! Kenny Sharf, Cutrone, arte di frontiera, Rammellzee, panzerismo o trattorismo estremo? Il surrealismo e la scrittura, le pratiche automatiche… “cazzo, Paolo, hai capito male! Non la scrittura automobilistica, no, ho detto la scrittura automatica. Non dovevi scrivere Breton 100 volte mentre eri alla guida del Suv! “. Va beh, ormai non mi puoi più sentire…

Arte per distrarre le fissazioni paranoiche, per cementificare seme negli interstizi della pelle, strutto per pittura materica, la pianura quale paesaggio infuso di forza erotica, luogo di languido disordine. Terra che si fa carne sessuale, membrana, spugnoso tessuto erettile. Terre in cui si compiono rituali neo-pagani, dove si cercano potenti simboli di passaggio, per riavvicinarsi alla vita attraverso il dolore. Baci di fuoco che possano purificare, uomini marchiati per sentire l’intensità della scarificazione. Ora sulla pelle tra i tribali maori, il marchio del Parmigiano Reggiano che brucia come rilievo vulcanico. Rituali estremi e grandguignoleschi, il potlatch, l’amputazione di dita sotto l’affettatrice. Il tipico erbazzone con le foglie di maria e il digestivo con l’ayahuasca. Quanti saturnini e quanta bile nera accertata da gastroscopie sempre più frequenti nella popolazione. Iniuriam tenaces. Quanta malinconia, umore viscido e greve, serpenti che si riproducono nelle acque stagnanti come pensieri maligni che circolano lentamente negli umori torbidi. Saturnini ostinati, affaticati, pensosi, lamentosi, invidiosi, dolenti, di poche parole, ingordi, imbroglioni, superstiziosi, avidi. Portati alla reclusione e ai nemici segreti. Abitanti di una provincia diffusa, pervasiva, desolata, la nuova frontiera del nulla attraversata da assi di scorrimento ad alta velocità, affogata da rotonde e ipermercati, una fine del mondo da attraversare, tra slums della mente, tra le metastasi delle zone industriali ingozzate di campagne abbandonate. Mappe in cui addentrarsi cautamente, con terrore, a proprio rischio. Gite fuori porta e fuori controllo. La decadenza ammantata di nostalgia del bel tempo che fu, degli usi e costumi di una volta, di feste di paese in cui si celebrano i vecchi mestieri ma che si rivelano cartoline rovinate, dagherrotipi dopati.

Alcune cellula impazzite hanno cominciato a costruire tessuti epiteliali per sostituire la pelle ustionata dagli incendi dei grandi eventi markettari d’immagine politico-elettorale. E’ come la marcia dei Troll nella sonnolenta scena arty-party locale. E’ una panoramica sfocata di quello che succede nelle fognature, che scava nelle fondamenta dei progetti faraonici di ponti osceni e vele veleggianti nei mari di letame fertilizzanti. La colonna sonora è fatta di mazurke andate a male, di valzer dissonanti, polke in decomposizione avanzata.

Era dai tempi di Metal Machine Music, degli Stooges, dei Suicide, degli Einsturzende, dei Butthole Surfers che non si sentiva un tale sfoggio di merda rumorosa, di fuffa avanguardista, di sebo urticante. Mentre tutto si disintegra e le tradizioni, il folklore si fanno finti come in una scenografia di cartapesta da film di genere Exotica”, sorge il bisogno del rifare da capo, dell’artigianato surrealista, del caos organizzato, dell’anarchia cialtrona. Nel mutamento antropologico dell’utente, spaesato e sbattuto nei tornado dell’advertising terminale, risorge fiero il “do it yourself”, il fare, nonostante tutto e con estrosa incoscienza. C’è il bisogno di un radicale intervento di altri “Geniali Dilettanti”, di salutare follia capace di incunearsi nel sistema (ironicamente minacciosa), stumpando i buchi, prosperando tra le macerie. Come un guazzabuglio cospirazionista, un Merzbau, una cattedrale della miseria erotica, una reliquia, un’opera che non si potrà mai concludere. L’azione è quella del rilevamento di scorie tossiche, del trashing aleatorio nelle discariche, rifiuti della società e object trouvé, l’arte è quella povera, l’art-brut, l’arte dei devianti, dubuffet e la anti accademia. Crash da ‘hard-disk, mentre qualcuno pasteggia ancora caviale scaduto e uova di lompo inacidite. C’è di nuovo un assoluto e disperato bisogno di ingenuità in odore di santità e devianza . Una sorta di piano-bar da autoanalisi, una seduta di psicanalisi in cui il paziente si innamora della psichiatra, canzoni come macchie di diarrea di un crooner con problemi di protesi dentaria che sfugge dal palato mentre parte l’acuto tenorile. Una raccolta di sempreverdi da cantare sulle rive di un mare totalmente eutrofizzato. Questi momenti di estasi creativa possono essere fulminei, dieci minuti neanche, giusto il tempo per l’autoerotismo o per un aperitivo glamour con bollicine che scoppiano dentro come mine antiuomo. Il miracolo, la moltiplicazioni dei pani e dei pesci, il cammino sulle acque, è tutta qui la scommessa con il destino. Qui si gioca tutto e si rilancia senza ritegno, buttando sul tavolo il capolavoro agognato, il tesoro luccicante sepolto nella grande discarica. Un feticcio unto, grasso, catalizzato, inquinante degno della città raffinate, denso come i fumi dell’Ilva. Qualche punkabbestia intossicato dal metanolo, codeina, valium e sciroppo per la tosse porta sul chiodo la scritta “Sid Vicious non faceva la differenziata”. Le proloco che espongono nelle canoniche scarti, quarti di bue, frattaglie, scolature e deiezioni assortite. L’assessore alla cultura costretto alle dimissioni perchè ha piantato un ready-made alla Duchamp (un cesso come titolato dai giornali locali) in mezzo alla piazza. Quadri che raffigurano campagne corrotte e risonanze industriali, da civiltà in decadenza, alla deriva, come la sazia emilia (un tempo paranoica) oggi definitivamente autistica. E mentre l’obesità psicogena della nostra terra vomita e si tramuta in mortale anoressia da default economico, nei cieli si avvistano le torme di locuste. Sono le piaghe da decubito di un sistema al tramonto, sono le urla e i linguaggi di uno schizofrenico, sono il ritorno al lato selvaggio, quando torneremo a sbranarci e colpirci a suon di ossa femorali per mangiare-bere-copulare, per ri-occupare i territori, per tornare nelle giungle spontanee.

 

Fabrizio Tavernelli

 

Intervento su Blog Remark

Posted in vari prolassi by Taver on the February 5th, 2011

24172_1311244137968_1136559277_30748107_4973579_n_1.jpgMICRO-MACRO

Potrei iniziare questo intervento in progress, parlando dei beati anni ‘90, decade in cui effettivamente, musicalmente parlando, tutto pareva ancora possibile. O ancora meglio avrei potuto ricordare gli anni ‘80 (e pure una parte del declinare dei ‘70) visto che lì è fissata la mia adolescenza e gioventù. Se poi penso che, essendo stato infante negli anni ‘60 e che sicuramente qualche subliminale di quello spirito e di quei suoni da qualche parte della mente alberga, avrei potuto fare un bel raccontino sul crescere con la musica…… e invece il tema scottante è oggi la sopravvivenza della musica e la sopravvivenza con la musica. Il presente è sconcertante, spesso disarmante e disarmato, arduo da affrontare, spesso da scalare senza alcuna protezione, più che mai da capire.
Occorre inoltre fare una premessa, per evitare la parte del vecchio bolso, del moralista snob, o peggio del nostalgico, accidioso, passatista: che una opinione oggi concorre con visioni allo stesso modo valide, oggettive, riscontrabili. Esiste una verità malferma, pronta a tramutarsi nel suo esatto contrario e questo crea incertezza, spaesamento, difficoltà d’azione. Un po’ come le musiche, le tendenze, gli stili che in questi famigerati anni zero (formula ormai markettara) sono tutto e il contrario di tutto. Musiche che paiono galleggiare, un suono che contraddice l’altro, elementi che si mescolano in un vortice temporale dove convivono le armonie vocali dei Beach Boys/Van Dyke Parks e i click’n'cut digitali, dove riaffiora la no-wave newyorkese e il folk pastorale, dove torna il songwriting d’autore e l’urgenza combat delle favelas globali, dove si citano gli anni ‘50, i crooner, le torch songs e nel mese successivo la psichedelia, il rhythm’n'blues originario e quello dei nuovi produttori delle charts americane. Una babele di linguaggi che si sovrappongono in una costruzione vociante che somma piano su piano una torre instabile fatta di nicchie, anfratti, cubicoli. Piccoli spazi che nel breve periodo franano e che vengono sostituiti da nuove edificazioni. Edificazioni in cui trendsetter e giornalisti glamour ricavano altri luoghi, piccole stanze, miniappartamenti: torna il folk, che però nell’immediato si divide in weird, psych, doom, tronic etc. Non si fa in tempo a decifrare i segnali d’interpretazione che è il turno di giravolte percettive e allora ecco lo shoegaze, che si apparenta con l’indietronica, ma pure il dubstep, ci sono brani che sanno di classico con nuove figure umane, ma ci sono produzioni che nascondono gli artefici e che si concentrano sulla vita propria del suono che ci circonda, naturale o artificiale che sia (field-recordings, found sounds, glitch, 8bit music, neo-ambient). In queste mescole e giustapposizioni, intervengono ulteriormente i revival (parola che fa pensare al liscio e alle musiche popolari… ma a volte vien da pensare che sonic youth, nick cave, devo, talking heads, sono per noi come i casadei per i nostri nonni…) il citazionismo colto o incolto, apocalittico o integrato, trash o camp : la italo disco, che si imparenta con la nu-disco, con il balearic, che però può prendere una rotta cosmica andando a impattare con il kraut dei corrieri cosmici. Se però facciamo ritorno sul pianeta terra è un gran citare la forma primigenia, ovvero il blues: quello più arcaico e roots, quello desertico del mali, quello imbastardito di indies explosion, quello costruito sui campioni e trasposto sul computer. E’ un continuo rimasticare, rimangiare, assimilare e digerire (o mal digerire) i ‘60, ‘70, ‘80, ‘90, un po’ come i buffet delle grandi vernici o come i buffet della cucina internazionale degli hotel e dei villaggi vacanze in bella mostra nelle località più esotiche.
Barocco e Minimal, Nouvelle e Tradizionale, Fusion e Macro. Micro-Macro: la scena reggiana ora che tutto accade ovunque e comunque, in tempo reale o con leggera sfasatura satellitare, stordita da jet-lag o arrossata da esposizione da social network, non si discosta dunque dagli scenari in cartapesta appena disegnati. Anche nella provincia reggiana si dislocano sul territorio nicchie e enclave soniche, scene alternative e mainstream. Il filone che prende il suo via dal ceppo CCCP, il filone rock italiano del ceppo Ligabue, il filone pop-soul Zuccheroso, il ceppo post-rock, post-metal, post-punk (quello sperimentale e quello alla MTV), l’emo, i tecnicismi funky-jazz-fusion, la rilettura del folk, l’hip-hop, il neo-prog, la dance made in reggio con apice Benassi e l’elettronica made in Maffia. Tanti nomi e tanti punti di vista che farebbero pensare ad una costante e assidua vivacità, una conferma insomma di quello che si è sempre detto e pensato della nostra provincia, ma che sottotraccia nasconde qualche problema di solidità, che fa intravedere elementi di instabilità, che trema e scricchiola mentre compaiono crepe sempre più profonde. Ammetto di non essere capillarmente irrorato e informato, non bazzico più tanto nei boschi alla ricerca di prodotti di stagione e non so del tutto cosa si agita nel sottobosco reggiano. Ma grazie ai concorsi per le giovani band che ho seguito negli anni come giurato, come tutor o semplice interessato, grazie alla possibilità di poter ancora calcare qualche palco che in fondo rimane l’osservatorio più importante e il luogo di massimo confronto, qualche segnale mi è giunto, qualche prospettiva si è stagliata sullo sfondo, qualche informazione è trapelata. Se dunque mi baso su questi input e sulle sensazioni nemmeno troppo meditate devo dire che la situazione non è allettante e le previsioni per ora appaiono offuscate. Certo è vero che i pessimisti sono in realtà i migliori ottimisti, quelli che appurato un negativo stato delle cose si approntano in un modo o nell’altro a ribaltarlo, si ingegnano per trovare vie d’uscita, riscatto, orgoglio. Dunque questo pessimismo cosmico-ostico-autistico-localistico va preso come un incentivo, come un campanello d’allarme, come un “risvegliamoci tutti” dal torpore prima che sia troppo tardi. Questo è una testimonianza di una spedizione alla ricerca dell’oro, di civiltà nascoste, viaggi immaginari forse, potete credere o non credere, snobbare o prendere in seria considerazione. Ho provato a setacciare la grana, la sabbia, il limo del grande fiume, ma poco è rimasto, ben poco mi è apparso luccicante e capzioso. Se escludiamo i grandi successi commerciali di gente come Ligabue-Zucchero-Nomadi-Spagna-etc, se escludiamo la scuderia de I Dischi del Mulo (CSI, Ustmamò,AFA…), gli ultimi episodi di rilievo nazionale sono stati i Giardini di Mirò e relativo entourage, l’exploit pop de Il Nucleo, i progetti fuoriusciti dai desaparecidos del Maffia, il socialismo tascabile degli Offlaga Disco Pax e poco altro. Dopodichè le luci si sono un po’ spente intorno e c’è stato un dilagare di cover, tribute band, locali e circoli che si sono adattati per sopravvivere al nuovo clima, forse qualche gestore si è pure approfittato per puro calcolo. Non si può negare che nel frattempo un indecente momento politico-sociale italiano ha del tutto tarpato le ali alla creatività, all’intraprendenza, alla crescita. Il musicista, l’operatore culturale, come il ricercatore, come chi lavora in teatro, come chi fa cinema… la deriva culturale che sta investendo il nostro(?) paese è sempre più profonda, lo strabordare di reality, format, vippismi d’arrembaggio, ipocrisie e oscurantismi vari, hanno puntato le luci sulla confezione del prodotto più che sulla bontà del prodotto stesso. Sono poi sorte nuove burocrazie, tecnicismi, cavilli, divieti e proibizioni che hanno reso impossibile e controproducente organizzare, proporre, osare o lanciarsi in avventure artistiche. Reggio non appare immune a questa infezione che ha indebolito le difese culturali, anche qui imperano i nuovi usi e costumi italici con annessi e connessi. La curiosità e il coraggio hanno ricevuto una bella mazzata dai Signori dei Media, da addetti al settore sempre più pavidi, dal populismo culturale. Da quanto tempo vediamo i PR delle discoteche coinvolti nelle decisioni sulle politiche culturali di partiti e amministrazioni? Quanto è misurabile lo strapotere delle Organization che sempre più occupano, colonizzano e trasformano i luoghi dove poco prima si tenevano concerti? Quali radio effettivamente alternative ai network? Da quanto assistiamo alla chiusura di locali tra il silenzio e l’inermità della città? Intanto vediamo gli ipermercati affollati per i vari tronisti, amici della de filippi, isolani famosi: SIGN OF THE TIMES. Segni malauguranti, tempi sfregiati, strabordare e dilagare che tutto copre e tutto appiana dal macro al micro, dal global al local. Forse proprio questo ambiente ormai ostile, sbraitante, delirante porta al rinchiudersi a riccio in nicchie rassicuranti, protette dalla rete, riserve indiane o blog ultraspecialistici, massonerie d’avanguardia, ma quanto di questa carboneria ragionante influisce sui meccanismi del quotidiano, quanto influenza le politiche culturali di una città, quanto fa scena e quanto è osceno? Epifenomeno o Ipofenomeno? Cosa appare? Trasferirsi definitivamente sulla rete? Trasferirsi all’estero? O prendere pesci in faccia da un pubblico lobotomizzato? Meglio una sconfitta con onore, annunciata e accettata, o meglio una resistenza disperata? Arrendersi al fascismo culturale e allo sbraitare dei cantori del nulla, al fascismo del silenzio ancora più mortificante? Concedere vittoria a canzoni melense e grandi bastardi o ritornare a combattere sui palchi con watt, parole e idee? Io sono per la sfida e la lotta a oltranza, per il mimetismo, per le strategie e la guerriglia, sono per il risveglio delle cellule dormienti…… nei quartieri di Reggio città, così come nella bassa, sulle rive del Po e sui crinali d’appennino.
Meglio il martirio in nome della libertà delle sette notte piuttosto che il marchio infamante della X (Factor).

Fabrizio Tavernelli

Fabrizio Tavernelli. Cantante, musicista, produttore, dj, equilibrista esistenziale. Agisce da diverso tempo nella scena nazionale della contaminazione musicale, adottando questa formula come pretesto in cui inglobare qualsiasi influenza, qualsiasi incrocio tra diverse discipline. Dopo aver animato la locale attività musicale reggiana fonda nel 1987 “En Manque D’Autre” surreale combo free-polka con il quale incide quattro album autoprodotti ( “I nuovi arricchiti”, “Cianciulli”, “Noi siamo i tecnovillani”, “Folk Acido”) distribuiti da varie etichette indipendenti. Nel frattempo inizia l’attività di dj in radio specializzate come Studiosei e Mondoradio. Nel 1993 l’incontro con Massimo Zamboni e Giovanni Ferretti (ex CCCP) da inizio alla collaborazione con “I Dischi del Mulo”, nascono gli Acid Folk Alleanza successivamente denominati AFA. Il ‘95 vede il passaggio al neonato Consorzio Produttori Indipendenti. Tra i vari progetti di Tavernelli troviamo anche i Groove Safari (2001), Roots Connection (2002) e il progetto elettronico “Ajello”. Nel 2010 nasce invece il nuovo progetto di world music elettronica “Babel”. Nell’inverno 2010 Tavernelli crea una nuova etichetta discografica “Lo Scafandro” ed esce con un nuovo album solista dal titolo “Oggetti del Desiderio”.
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“Incrociando Enrico” su Speciale Spaghetti Blues

Posted in vari prolassi by Taver on the August 3rd, 2009

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Sul sito web “Spaghetti Blues” uno speciale dedicato allo scomparso Enrico Micheletti in occasione dell’uscita del secondo album dei Roots Connection “Animystic”. Ecco lo scritto sul mio incontro, sulla collaborazione e esperienze con Mad Dog.

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Proemio per “Oudeis” Libro Secondo - 2008 Saldapress

Posted in vari prolassi by Taver on the May 14th, 2008

oudeis libro secondo.bmpDopo aver scritto il proemio e la conclusione del primo volume di “Oudeis” opera d’esordio come autore di Carmine di Giandomenico pubblicato da Saldapress, mi è stato affidato il compito di scrivere il proemio anche per il volume conclusivo. Carmine di Giandomenico è uno degli autori di punta del panorama fumettistico italiano e internazionale che con questa opera rilegge il mito di Ulisse in chiave contemporanea. In occasione dell’uscita ho inoltre curato la colonna sonora del trailer video in collaborazione con il laboratorio creativo Alien Factory. www.saldapress.com/oudeis

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“Confluenze” su Pollicino Gnus

Posted in vari prolassi by Taver on the December 4th, 2007

Mio contributo sul tema “Identità” pubblicato su rivista Pollicino Gnusconfluenze.doc

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Il mio Posto nel Mondo. Luigi tenco Cantautore

Posted in vari prolassi by Taver on the May 22nd, 2007

tenco1.bmpE’ uscito nelle librerie edito da BUR un esaustivo libro sulla figura dell’autore genovese Luigi Tenco. Tra le pagine moltissime testimonianze, ricordi, aneddoti, analisi, sensazioni di amici, esperti, addetti ai lavori, intellettuali e musicisti di varie generazioni. Nel 1990 all’interno dell’album “Folk Acido” degli En Manque D’Autre compariva il rifacimento di “io sono uno”, cover che sarà poi ripresa nel primo cd degli AFA “Acid Folk Alleanza” (Sugar). A voi il commento ospitato sul libro.Io Sono Uno - Fabrizio Tavernelli.doc

Laika in “Plastic Poetry Party”

Posted in vari prolassi by Taver on the May 21st, 2007

untitled1.bmpQuesto mio breve scritto compare nella raccolta di poesie “Plastic Poetry Party”. Il libro è acquistabile in formato cartaceo o scaricabile gratuitamente su www.lulu.com

Laika.doc

Proemio e Conclusione per “Oudeis” Libro Primo

Posted in vari prolassi by Taver on the May 20th, 2007

oudeis.jpgNell’Ottobre 2004 ho scritto l’introduzione in forma di proemio epico per “Oudeis” libro primo a fumetti di Carmine di Giandomenico (uno degli autori di punta del panorama fumettistico italiano e story-board artist per tv e cinema). Una trasposizione in chiave cyber delle peregrinazione di Ulisse dall’odissea di Omero. “Oudeis” (in greco, “Nessuno”) è il nome che Ulisse adotta per sfuggire alla minaccia dei ciclopi. Il Fumetto ha ricevuto lodi e ottime recensioni dagli adetti al settore ed è stato presentato in diverse convention nazionali. L’opera è stata pubblicata dalla casa editrice Saldapress. www.oudeis.it , www.saldapress.grupposaldatori.com

O TU CHE SEI NULLA ORA.doc

Stefano Tamburini “Il campionatore visivo”

Posted in vari prolassi by Taver on the December 3rd, 2006

E’ un omaggio al grande Stefano Tamburini. Un grazie per l’ispirazione estetica e per aver dato vita al più importante contenitore di arte, comunicazione, provocazione: “Frigidaire”. Senza dimenticare “Cannibale” e tutto il resto. Lo scritto è apparso qua e là, eccolo in versione integrale.

Stefano Tamburini.doc

Selvaggia Romagna

Posted in vari prolassi by Taver on the October 6th, 2006
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